L'animazione giapponese, nell'immaginario collettivo globale, è sinonimo di mondi fantastici, futuri distopici e complesse epopee eroiche. È un medium che sembra prosperare sull'evasione dalla realtà, sulla creazione di universi paralleli governati da regole proprie. Eppure, proprio all'interno di questa tradizione, emergono opere di una potenza sovversiva che utilizzano gli strumenti espressivi dell'animazione non per fuggire dal reale, ma per immergervisi con una lucidità quasi brutale. Di tutti i temi che la società contemporanea offre, pochi sono così scomodi e universalmente rimossi come la miseria urbana e la condizione dei senzatetto.
In un contesto socioculturale come quello giapponese, costruito sull'etica del lavoro, sull'armonia di gruppo e su un'immagine pubblica di prosperità e ordine, la figura del senzatetto è più di un problema sociale: è un fallimento del sistema, un'anomalia da rendere invisibile. È in questo silenzio assordante che l'opera di Satoshi Kon, e in particolare il suo capolavoro natalizio Tokyo Godfathers, esplode con la forza di un atto politico e poetico, dimostrando che l'animazione può essere la forma d'arte più potente per restituire umanità a coloro che la società ha deciso di cancellare.
Nexo Studios riporta sul grande schermo Tokyo Godfathers, un altro imperdibile titolo del maestro dell’animazione giapponese Satoshi Kon. Considerato uno dei film più amati e iconici del regista, il lungometraggio è un moderno classico capace di intrecciare commedia, dramma e speranza con quella sensibilità unica che ha reso Kon una voce insostituibile nel panorama del cinema d’animazione.
L’appuntamento in sala è fissato per il 24, 25 e 26 novembre, tre giornate speciali durante le quali il pubblico potrà riscoprire la magia di questo gioiello in versione restaurata, tornando a vivere sul grande schermo l’atmosfera intensa e visionaria che solo Satoshi Kon sapeva evocare. L’elenco completo delle sale e link acquisto ai biglietti è disponibile su nexostudios.it. Cultura POP è media partner dell'evento.
La censura dell'invisibilità
Per comprendere la portata radicale di Tokyo Godfathers, bisogna prima capire il contesto da cui emerge. Il Giappone dei primi anni 2000 stava ancora elaborando le conseguenze del "Decennio Perduto", il crollo della bolla speculativa degli anni '90 che aveva infranto il sogno della crescita economica perpetua e aumentato le disparità sociali. Nonostante questo, la rappresentazione mediatica della povertà rimaneva un tabù. I parchi di Tokyo, come Ueno o Shinjuku, si popolavano di "tende blu", le abitazioni di fortuna dei senzatetto, ma queste figure rimanevano ai margini della narrazione nazionale. Erano fantasmi statistici, visti con un misto di fastidio, vergogna e paura, ma quasi mai rappresentati con empatia o complessità.
L'animazione mainstream, rivolta a un pubblico vasto, non faceva eccezione. Affrontare la miseria urbana significava mettere in discussione i pilastri della società. Quando Satoshi Kon sceglie di mettere tre senzatetto al centro assoluto della sua storia, non sta semplicemente scegliendo un'ambientazione insolita, sta commettendo un atto di deliberata provocazione. Rifiuta l'invisibilità e punta i riflettori su ciò che la Tokyo scintillante delle feste natalizie fa di tutto per nascondere tra i sacchi della spazzatura.
Tokyo Godfathers come atto di umanizzazione
La genialità di Kon non risiede nell'averci mostrato i poveri, ma nell'aver rifiutato di ritrarli attraverso la lente del pietismo. Gin, Hana e Miyuki non sono "nobili selvaggi" o vittime innocenti, sono esseri umani profondamente imperfetti, complessi e spesso sgradevoli. Gin è un alcolizzato cronico, un giocatore d'azzardo che ha abbandonato la famiglia ed è intrappolato in una rete di bugie. Hana, un'ex drag queen (o, come si definisce, un "vecchio travestito"), è melodrammatica, prepotente e disperatamente aggrappata a un sogno di maternità. Miyuki è un'adolescente fuggitiva, scontrosa, violenta e incapace di comunicare il suo trauma.
Kon utilizza ogni strumento della regia animata per umanizzarli: la "recitazione" dei personaggi è un capolavoro di mimica, dato che non c'è fotogramma in cui non si percepisca il peso della loro condizione. Sentiamo il freddo attraverso il loro respiro che si condensa, vediamo la sporcizia sotto le unghie di Gin, percepiamo il disagio fisico di una vita passata all'addiaccio. L'animazione permette a Kon di superare i limiti del cinema dal vero, mostrandoci la loro realtà emotiva con un'intensità quasi neorealista. Sono sporchi, litigano per il cibo, si insultano, ma sono legati da una chimica "familiare" più autentica di molte famiglie convenzionali.
Il ritrovamento della neonata, Kiyoko, non è un semplice deus ex machina, è il catalizzatore che costringe questa anti-famiglia a confrontarsi con il mondo "normale" da cui erano stati espulsi. Per trovare i genitori della bambina, il trio deve riattivare le proprie identità perdute: Gin deve affrontare il suo passato di padre, Miyuki quello di figlia e Hana quello di madre. Il miracolo del film non è tanto il ritrovamento della bambina, quanto il fatto che, per un breve momento, la società è costretta a vederli. Loro, gli invisibili, diventano protagonisti assoluti, costringendo yakuza, infermieri, poliziotti e spose a interagire con la loro realtà.
Le alternative: alienazione stilizzata e interiore
Tokyo Godfathers resta un unicum per il suo realismo sociale, ma il tema della marginalità è presente in altre forme nel cinema d'animazione giapponese, spesso trasfigurato in metafora. Un esempio lampante è Tekkonkinkreet (2006), tratto dall'omonimo manga. I suoi protagonisti, Kuro e Shiro, sono orfani che vivono ai margini della legge a Treasure Town, una città caotica e fatiscente. Non sono senzatetto nel senso tradizionale, ma "ratti di città" che hanno fatto dei tetti e dei vicoli il loro territorio. La loro povertà non è rappresentata con il realismo crudo di Kon, ma è stilizzata, quasi magica. La loro marginalità è una forma di libertà anarchica, un'opposizione spirituale alla gentrificazione e al capitalismo impersonale che minaccia di "ripulire" la città. Tekkonkinkreet usa la marginalità per una battaglia simbolica sull'anima della città, più che per un'indagine sociale.
Un altro approccio è quello dell'alienazione interiore, come visto in Colorful (2010) di Keiichi Hara. Il film affronta la storia di un'anima che viene rimessa in gioco nel corpo di Makoto Kobayashi, un ragazzo che ha tentato il suicidio. La marginalità di Makoto non è economica, ma emotiva e sociale; è vittima di bullismo, isolato, e vive in una famiglia dove la comunicazione è collassata. Colorful esplora le cause che portano all'emarginazione, l'implosione interiore che precede l'eventuale caduta fuori dalla società (una caduta che Miyuki, in Tokyo Godfathers, ha già compiuto). Il "miracolo" qui è apertamente soprannaturale – un angelo, una seconda possibilità – e serve come veicolo per un percorso di reintegrazione. È il viaggio opposto a quello dei protagonisti di Kon: Makoto lotta per rientrare nel mondo, mentre il trio di Kon lotta per farsi riconoscere dal mondo pur rimanendone ai margini.
Il miracolo come restituzione
Mentre opere come Tekkonkinkreet estetizzano la marginalità e Colorful analizza la sua genesi psicologica, Tokyo Godfathers rimane un'opera quasi rivoluzionaria. Non offre soluzioni facili. Il finale, pur essendo miracoloso, non cancella magicamente la loro condizione. Il biglietto della lotteria vincente è un cenno alla commedia classica, ma la vera vittoria è un'altra. Il vero miracolo è la visibilità. Gin, Hana e Miyuki, dopo essere stati costretti a rivivere i loro traumi e a riconnettersi con il mondo, hanno dimostrato di esistere. Non sono più spazzatura, non sono più fantasmi.
Satoshi Kon ha utilizzato il linguaggio più fantasioso a sua disposizione, l'animazione, per compiere l'atto più realista possibile: ha preso tre persone dal gradino più basso della società, le ha messe al centro dell'universo narrativo e ha dichiarato che le loro vite, i loro dolori e i loro amori sono degni di un'epica natalizia. Ha guardato dritto verso l'angolo buio che la società giapponese (e, in fondo, ogni società) preferisce ignorare e vi ha trovato un'umanità complessa, caotica e incrollabile.
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