Una voce che ha attraversato settant'anni di storia italiana se n'è andata nella notte tra il 23 e il 24 marzo, lasciando un vuoto incolmabile nella musica e nella cultura del nostro Paese. Gino Paoli è morto com'è vissuto: in modo inaspettato, controcorrente, lontano da qualsiasi schema prevedibile. Cantautore genovese tra i più iconici del Novecento italiano, autore di capolavori come Il cielo in una stanza e Sapore di sale, Paoli ha incarnato per decenni quella figura rara di artista totale che si muoveva tra contraddizioni apparenti con la grazia di chi le aveva fatte proprie fin dall'inizio.
A tracciarne il ritratto definitivo è Aldo Cazzullo, che meglio di chiunque altro riesce a catturare la complessità di un uomo che non stava mai dove ce lo si aspettava. Comunista convinto, eppure capace di raccontare con lucidità i parenti della madre uccisi nelle foibe e la maestra linciata dai partigiani nei giorni della Liberazione. Antifascista viscerale, ma anche in grado di spiegare con onestà intellettuale le ragioni del consenso al Duce, che definiva un «arci-italiano». Un uomo di paradossi fertili, quelli che producono arte vera.
Pochi sanno, ad esempio, che Il cielo in una stanza — considerata da generazioni l'inno per eccellenza all'amore romantico — era in realtà dedicata a una prostituta. Quel «soffitto viola» cantato con tale intensità era il soffitto di un bordello. E Sapore di sale, scritta nel 1963 nel pieno del boom economico, nascondeva già il presagio della fine: quella dissonanza iniziale, opera nientemeno che di Ennio Morricone, era la prima crepa nel vetro di un'epoca. «La scrissi in mezz'ora, come se qualcuno me la stesse dettando», raccontava Gino. «Erano anni meravigliosi, anche gli operai avevano le 1500 lire per andare alla Capannina, e si pensava sarebbe durata per sempre. Io però vedevo già nuvoloni all'orizzonte».
La sua biografia personale era altrettanto straordinaria e, a tratti, cinematografica. Da giovane faceva il pittore e tirava di boxe nella Genova del dopoguerra, dove saper fare a botte era, come diceva lui stesso, «una necessità». Fece a pugni con la polizia nella rivolta del luglio 1960 e, in un altro episodio degno di un film, si scontrò con Felice Maniero, il famigerato boss della mala del Brenta, per difendere una donna. Nel mezzo, provò tutto: il whisky, la cocaina, le corse in macchina ad alta velocità.
Quella pallottola conficcata nel cuore è diventata parte della leggenda. E Paoli stesso sosteneva che Luigi Tenco, stordito da una droga svedese chiamata Pronox, avesse voluto imitarlo: spararsi e restare vivo. Un arco esistenziale che nessun altro cantautore italiano ha mai attraversato, da Tenco fino alla polemica con Elodie — che lui stesso chiarì essere un'invettiva generica contro le artiste che fanno carriera mostrando il corpo, non un attacco personale — passando per Mina e Celentano.
Dietro la spavalderia del maledetto si celava però una generosità rara. Furono i suoi primi incassi a finire in tartufi da offrire agli amici. Fu lui a lanciare Franco Califano e fu ancora lui a convincere Lucio Dalla a tentare la carriera solista, dopo aver girato l'Italia del Cantagiro su una cabriolet, «entrambi pelosissimi, non eravamo un bello spettacolo», come amava raccontare ridendo. Tra i suoi amici più cari: Tenco, Lauzi, Fabrizio De André, Beppe Grillo, l'architetto Renzo Piano e Antonio Ricci, che alla sua scomparsa ha pianto per la prima volta in trent'anni.
Sul fronte sentimentale, la sua vita era degna di un romanzo. Una mattina trovò la moglie Anna e Ornella Vanoni sedute sullo stesso dondolo che gli chiedevano di scegliere. Gino fece l'unica cosa sensata: fuggì. Poi ci fu Stefania Sandrelli, da cui ebbe la figlia Amanda, coetanea del figlio Giovanni avuto dalla moglie. Alla fine della strada lo aspettava Paola, la donna che gli ha chiuso gli occhi, capace in gioventù di affrontare una a una tutte le sue fidanzate sparse per l'Italia, «minacciando con un coltello» l'ultima resistente di Torino.
Con il Sessantotto sparì dalle scene, andò a gestire un locale a Levanto, scivolò nell'alcol e nella droga. Ma tornò, e con lui tornarono canzoni splendide come Una lunga storia d'amore e Quattro amici al bar. La morte del figlio Giovanni lo aveva segnato profondamente, così come la recente scomparsa di Ornella Vanoni. La sua leggenda personale includeva persino origini nobilissime: sosteneva di discendere da Pasquale Paoli, il patriota dell'indipendenza corsa, e il nonno operaio delle fonderie di Piombino era, nei suoi racconti, un gigante capace di spezzare i tavoli con una mano.
Se n'è andato ancora vivo, nel senso più pieno del termine: capace fino all'ultimo di suonare il pianoforte, cantare, affacciarsi sul panorama infinito del terrazzo di casa a guardare quel mare di Boccadasse che aveva ispirato una vita intera. Quegli occhi celesti che rilucevano al sole, diceva Aldo Cazzullo, «adesso soddisferanno la curiosità di vedere cosa c'è dall'altra parte». Esattamente come aveva sempre voluto.
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