Akim, rider di Glovo: «Amo questo lavoro ma servono tutele»

Un rider laureato racconta la realtà dietro le consegne a domicilio: tra promesse di flessibilità e sfruttamento, emerge il sistema che ha portato all'indagine.

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Autore: Redazione ,
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Dietro ogni ordine di cibo a domicilio si nasconde una realtà che in pochi conoscono davvero. Quella di Akim – nome di fantasia per proteggere la sua identità – rider Glovo in una piccola città italiana, laureato in lettere, marito e padre di due figli. Una vita costruita con fatica, tra mille lavori diversi mai collegati alle sue competenze accademiche, fino alla scelta di consegnare cibo per le piattaforme digitali. La sua è una delle quaranta voci che hanno portato al commissariamento di Foodinho.srl, la società di Glovo finita sotto indagine per caporalato, denunciando un sistema che nasconde dietro la promessa di flessibilità una realtà ben diversa.

«Ho fatto ogni lavoro di fatica prima di questo», racconta Akim, italiano con cittadinanza ottenuta da poco dopo una vita vissuta da straniero. «Avevo ormai capito che in qualsiasi lavoro vieni spremuto come un'oliva. Allora ho pensato: per farmi spremere da una persona, tanto vale farmi spremere da un algoritmo». Quattro anni fa ha iniziato questa attività, che ancora oggi rappresenta la sua occupazione principale. Con partita IVA, contratto da autonomo anziché subordinato, si muove in automobile di sua proprietà sostenendo personalmente tutte le spese: carburante, manutenzione, assicurazione.

La questione delle attrezzature racconta già molto del sistema. «Quando ho iniziato le davano gratuitamente, ora invece se le fanno pagare 40-50 euro, a seconda delle piattaforme. E non vengono rimborsati in nessun modo», spiega Akim. Lo zaino termico è obbligatorio per le normative HACCP, quindi diventa una spesa inevitabile per poter lavorare. Il compenso? «Se lavori con due piattaforme puoi arrivare a fatturare anche mille euro a piattaforma al mese, quindi duemila euro lordi, a cui devi poi togliere i costi dell'auto e del carburante». Una cifra che resta ampiamente sotto la soglia di povertà di 5mila euro annui in media emersa dalle indagini.

Per farmi spremere da una persona, tanto vale farmi spremere da un algoritmo

L'evoluzione del lavoro negli ultimi quattro anni racconta un progressivo peggioramento. «Le tariffe si sono abbassate, e anche le nostre tutele, facciamo sempre più chilometri e veniamo pagati di meno», denuncia il rider. Inizialmente l'applicazione mostrava il calcolo trasparente del compenso: una base fissa di due euro più un tanto al chilometro. Oggi viene proposta solo una cifra finale, da accettare o rifiutare. «Se rifiuti vieni penalizzato? Sì, anche se non posso dirlo con certezza perché c'è un algoritmo, ma è chiaro che ti discrimina sulla base dei rifiuti».

Il sistema di valutazione rappresenta uno degli aspetti più controversi emersi dalle indagini. Prima esisteva un punteggio d'eccellenza che determinava l'accesso agli slot di lavoro prenotabili. Ora, pur essendo formalmente libero di connettersi quando vuole, il rider subisce pressioni psicologiche costanti. «Per poterti mantenere sei costretto a essere sempre connesso. Sei formalmente libero, ma poi hai la pressione perché sai che se non ti connetti non guadagni e magari vieni tagliato fuori», spiega Akim. Le fasce orarie restano sostanzialmente due: dalle 12 alle 15 e dalle 18 alle 22. La media di consegne giornaliere si aggira sulla decina, ma varia enormemente a seconda dei periodi.

C'è poi la questione della privacy, altra problematica emersa dalle deposizioni dei quaranta rider. «Io so per certo di essere stato controllato. So perfettamente che anche quando non usavo l'app di servizio i miei dati venivano trasmessi a Google e a terzi. A me non sembra di aver mai dato l'autorizzazione per questo», afferma con certezza. Un controllo che va oltre l'orario di lavoro, invadendo la sfera personale in modalità che molti lavoratori non hanno mai autorizzato esplicitamente.

Le richieste di Akim sono semplici e concrete: un giusto compenso innanzitutto, e che l'azienda fornisca i mezzi di trasporto. «Questo cambierebbe molto il mio lavoro. In generale vorrei che questo diventasse come qualsiasi altro lavoro di corrieraggio, perché a me piace questo lavoro, e vorrei continuare a farlo, ma con più tutele». Non è una richiesta di abolire il servizio, ma di renderlo sostenibile e dignitoso.

Sul fronte dei clienti che ordinano cibo a domicilio, spesso anche con condizioni meteorologiche avverse, Akim non addossa responsabilità. «Il problema non sono i clienti, il problema sono le piattaforme. Certo, se sapessero come funziona credo che sarebbero molte le persone a ordinare meno». Il caso Glovo rappresenta l'ennesimo capitolo di una battaglia più ampia sulla Gig Economy, quel modello di economia dei lavoretti che ha creato un nuovo gradino sociale per gli ultimi, mascherando rapporti di lavoro subordinato dietro l'apparenza della flessibilità autonoma. Le quaranta testimonianze che hanno portato all'indagine per caporalato potrebbero segnare un punto di svolta per un'intera categoria di lavoratori invisibili, quelli che consegnano i nostri pasti mentre noi restiamo comodamente a casa.

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