Amatrice, le famiglie delle vittime: nessuna giustizia

I familiari delle vittime del terremoto di Amatrice del 2016 denunciano che, nonostante le sentenze definitive, nessun risarcimento è stato ancora corrisposto.

Immagine di Amatrice, le famiglie delle vittime: nessuna giustizia
Autore: Redazione ,
Attualità
3' 25''
Fonte

A quasi dieci anni dalla notte del 24 agosto 2016, quando il terremoto di magnitudo 6.0 rase al suolo Amatrice causando 299 vittime, c'è ancora un'Italia che aspetta. Non aspetta un ricordo, una commemorazione, un minuto di silenzio: aspetta giustizia. Una giustizia che, nei tribunali, è arrivata — spesso con sentenze definitive — ma che nella realtà quotidiana di chi ha perso tutto si è fermata alla carta stampata, senza tradursi in un solo euro di risarcimento concreto. Quarantatré familiari delle vittime hanno deciso di rompere il silenzio con un appello pubblico che mette a nudo le contraddizioni di un sistema giudiziario e legislativo che riconosce i torti ma non riesce a ripararli.

La storia di Franco, Fernanda e Marco Giallorenzi è forse la più emblematica di tutte. Hanno perso Matteo, figlio e fratello, crollato insieme alla moglie Barbara Marinelli sotto le macerie dell'Hotel Roma. Anni di udienze, di carte bollate, di attese estenuanti hanno portato a una condanna definitiva: la Cassazione, nel settembre 2025, ha sancito in via definitiva la responsabilità dell'ingegnere O.B., disponendo una provvisionale di circa 170.000 euro. Eppure, la famiglia non ha incassato un solo centesimo. Le indagini patrimoniali sul condannato — già coinvolto in altri procedimenti per crolli mortali — hanno rivelato l'amara verità: non esistono beni sufficienti a coprire il risarcimento.

Un paradosso giuridico che si fa beffa del dolore. Lo Stato ha riconosciuto la verità processuale, ma non ha saputo garantire l'effettività del diritto. E la famiglia Giallorenzi non è sola in questa condizione di impotenza: accanto a loro, i Capriotti vivono una situazione se possibile ancora più straziante. Annamaria Lombardo, Federica e Massimo Capriotti hanno perso nel crollo di una casa in affitto la piccola Fabiana e la nonna Delia. Il Tribunale civile, nel gennaio 2025, ha condannato la proprietaria dell'immobile a un risarcimento da 1,8 milioni di euro. Una cifra importante, una sentenza netta. Ma anche in questo caso, la mancanza di garanzie patrimoniali della controparte ha reso la vittoria processuale una vittoria di carta.

Vittime che, invece di essere risarcite, si trovano a dover pagare per i processi che hanno sancito il loro stesso diritto.

Il dettaglio più umiliante, però, arriva quando si scopre che i Capriotti — privi di qualsiasi indennizzo e oberati dalle spese legali e di consulenza tecnica — si sono visti costretti a concordare un pagamento a rate mensili per saldare il consulente nominato dallo stesso Tribunale. La beffa che si aggiunge al danno: famiglie che hanno perso i propri cari in strutture fatiscenti, che avrebbero dovuto essere messe in sicurezza, si ritrovano a finanziare il processo che avrebbe dovuto tutelarle.

Vale la pena sottolineare un dato che fa riflettere: nonostante il terremoto di Amatrice avesse una magnitudo inferiore a quello dell'Aquila del 2009, il bilancio delle vittime è risultato quasi identico. Il motivo, documentato dagli atti processuali, risiede nella fragilità strutturale di edifici, alberghi e case vacanza che non avrebbero dovuto cedere a un'intensità sismica tutt'altro che imprevedibile per una zona ad altissimo rischio. Non una fatalità, ma il risultato di anni di mancata prevenzione e controllo.

Proprio su questo punto si incardina l'appello dei 43 familiari che hanno sottoscritto il documento pubblico. La loro richiesta non è solo morale, ma legislativa: perché lo Stato italiano ha stanziato 10 milioni di euro dopo la valanga di Rigopiano nel 2019, dispone di normative organiche per le vittime del terrorismo e degli incidenti stradali, ma non prevede ancora alcuna forma strutturata di ristoro per i familiari delle vittime di calamità naturali? I firmatari — dai Grossi ai Sanna, dai Capriotti ai Giallorenzi — chiedono che vengano estese anche ad Amatrice le stesse misure adottate per altre tragedie, attraverso speciali elargizioni e benefici concreti per chi ha perso tutto.

L'interrogativo che i familiari pongono con forza è di natura etica prima ancora che giuridica: può uno Stato che non ha saputo prevenire una tragedia prevedibile lasciare soli, per quasi un decennio, coloro che ne hanno pagato il prezzo più alto? La risposta che attendono da Roma non è quella di un'ennesima commissione o di una dichiarazione di solidarietà, ma di un atto legislativo che trasformi le sentenze in ristori reali, la giustizia formale in dignità concreta. A dieci anni da quella notte di agosto, il conto è ancora aperto.

Non perderti le nostre ultime notizie!

Iscriviti al nostro canale Telegram e rimani aggiornato!