Andrea Fuorto non è il classico attore che si costruisce una vetrina social per farsi notare. Non posta ogni giorno, non si racconta a ogni occasione, non sbandiera i suoi progetti internazionali. Eppure, a soli 28 anni (ne compirà 29 il prossimo 20 marzo), questo giovane talento abruzzese ha già calcato set italiani e stranieri, interpretando personaggi complessi e mai scontati. Dal 12 marzo lo vedremo al cinema in Il bene comune di Rocco Papaleo, ma il suo curriculum parla già da solo: La prima regola, Patagonia, Ammazzare stanca di Daniele Vicari, fino al film svizzero Zweitland, che gli ha aperto le porte del mercato internazionale. In questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Fuorto si racconta senza filtri: dall'ansia che lo accompagna nonostante il successo, alla difficoltà di accettare i complimenti, passando per una riflessione profonda sulla mascolinità contemporanea e sul significato della sconfitta.
Cresciuto a Sulmona, lontano dai riflettori del grande cinema, Andrea ha dovuto combattere prima di tutto con la geografia: "È una conca circondata dalle montagne, e questo si riflette nel modo di pensare. Tutto ciò che sta 'oltre le montagne' viene percepito come lontano, estraneo", spiega. Ma soprattutto ha dovuto fare i conti con i pregiudizi di provincia: "Se ti occupi di arte, vieni automaticamente percepito come 'diverso'. E quel 'diverso' viene spesso associato, in modo superficiale e ignorante, a una messa in discussione della tua mascolinità o sessualità". A salvarlo, il sostegno incrollabile della madre Liliana, che lo spinse a prendere il treno per Pescara a soli 14 anni per frequentare il suo primo laboratorio di recitazione. "Mi disse: 'Se è davvero quello che vuoi, vai. Fai il sacrificio, prendi il treno, torna indietro. Così capisci se ti appartiene davvero'", ricorda con emozione.
Il vero punto di svolta arriva con l'ammissione alla Gian Maria Volonté, l'unica scuola di recitazione gratuita in Italia, che selezionava solo 14 studenti all'anno. "È stata la prima volta in cui sono stato scelto per qualcosa. Il fatto di essere stato selezionato è stato uno spartiacque, anche a livello personale: mi ha alleggerito, mi ha tolto di dosso tante responsabilità che mi attribuivo da solo e mi ha fatto sentire più libero", confessa. Lì ha imparato a trovare il suo metodo, partendo da un esercizio fondamentale: trovare un modo unico di camminare, che non appartenesse a nessun altro. "Da quel momento ho cominciato a riconoscere la mia unicità, a sentirmi libero di dire: 'Questo è il mio modo'". Prima, ammette, cercava solo di compiacere i docenti, trasformandosi in una copia di qualcun altro.
Ma il successo porta con sé anche un carico pesante. Fuorto non nasconde il suo rapporto complicato con la visibilità: "C'è una pressione costante – non solo in questo mestiere, ma nella società in generale – che spinge a dover raccontare tutto, a esporsi, a esistere solo se lo si fa pubblicamente. Per quanto mi riguarda, vivo con fatica quest'esigenza". E ancora: "Sembra che se non pubblichi qualcosa su Instagram, allora non esisti. O che la tua vita debba necessariamente essere documentata, condivisa, 'scritta'. Personalmente, mi mette a disagio". Una posizione controcorrente in un'epoca in cui molti giovani attori costruiscono la propria carriera proprio sui social. "Sono convinto che il lavoro dovrebbe parlare da sé. Non c'è sempre bisogno di raccontarlo", ribadisce con fermezza.
L'esperienza sul set svizzero di Zweitland, diretto da Michael Kofler (premiato come miglior regista esordiente), è stata per lui una rivelazione: "Mi ha permesso di conoscere un metodo di lavoro molto diverso dal nostro: lì c'è un'altra disciplina, si lavora di più, con grande attenzione e cura". Il film racconta gli attentati avvenuti in Trentino, in un contesto particolare dove convivono cittadini tedeschi, svizzeri e italiani. Eppure, nonostante questo successo internazionale, Andrea non ne ha fatto pubblicità in Italia. "Ho dovuto cercarla io per chiederle questa intervista", gli facciamo notare. "Capisco, ma è un'osservazione che mi mette in imbarazzo", risponde sincero. Altri, al suo posto, avrebbero riempito i giornali di comunicati stampa.
Quello che colpisce di più, però, è la sua riflessione sui personaggi interpretati: "Ho sempre avuto difficoltà ad accettare la sconfitta. Eppure, nella mia carriera ho interpretato quasi solo personaggi sconfitti". Nicolas in La prima regola, Yuri in Patagonia, Enzo in Ammazzare stanca, Alessandro in Zweitland: nessuno di loro ha un arco trionfante. "E questo, alla fine, mi ha aiutato ad accettare l'idea della sconfitta. Anche nei laboratori emergeva spesso il fare pace con l'essere, mi permetta l'espressione, un 'maschio beta', in senso ampio". Una scoperta che lo ha portato a mettere in discussione anche la sua idea di mascolinità: "Fortunatamente la nostra generazione sta riscrivendo queste dinamiche. Molti attori parlano della fragilità maschile non più come di una debolezza, ma come di una forza".
Quando gli chiediamo se si legge le recensioni, la risposta è disarmante: "Purtroppo, sì. Lo faccio sempre. A volte fanno male, ma cerco di leggerle con lucidità, in modo cinico". E i complimenti? "Quando qualcuno mi fa un complimento, spesso penso che mi stia prendendo in giro. Lo so, è un mio limite. Cerco subito il 'però'. Tipo: 'Ok, grazie… ma cosa non ti è piaciuto?'". Un'onestà brutale che rivela quanto sia esigente con se stesso. Non a caso, quando si guarda allo specchio, il problema non è l'aspetto fisico: "Con quello ho fatto pace. Ogni tanto divento ossessivo, questo sì. E non mi piace. Quando un pensiero si fissa e non riesco più a pensare lucidamente… quello è un momento che mi infastidisce".
Da bambino veniva preso in giro perché era grassottello, e per molto tempo ha pensato che la sua faccia "particolare", con una cicatrice in fronte, potesse essere un limite nel lavoro. "Ma è una cosa che non posso cambiare. Non è come dire 'sono in sovrappeso, dimagrisco'. La faccia è questa. O la accetti, o la accetti. E io ho scelto di accettarla". Oggi, a quasi 29 anni, ha appena comprato casa a Roma, affrontando il peso del mutuo e delle responsabilità. "È diventato grande?", gli chiediamo. "Spero di no, sinceramente! O almeno, non del tutto. Mi piace conservare uno sguardo da bambino, quella leggerezza tipica della prima età".
E quel bambino di Sulmona che prendeva il treno per inseguire un sogno, che cosa ha conservato? "La voglia di giocare. Quella è rimasta intatta. E anche un po' di sana competitività, che in questo mestiere serve. È un po' come uno sport: ci sono regole, prove, sfide". L'ambizione, per lui, non è una parola negativa: "È fondamentale, deve esserlo". Anche se, come gli ha fatto notare qualcuno, tende ancora a trattarla "con eccesso di rispetto, quasi dandole del 'lei'". La paura del fallimento c'è sempre, ma è anche quella che lo spinge a rischiare: "E poi, se non cadi, il piacere del salto è ancora più forte".
Guardando al futuro, Andrea confessa che uno dei suoi sogni più grandi è diventare padre: "Mi piacerebbe davvero tanto. Mi sento pronto? Non lo so. Ma penso che quando succede, lo diventi. Appena sai che sta per arrivare un figlio, entri in quella modalità". Si sente ancora "un giovane uomo che ha cominciato a camminare da solo", come Simba che capisce di dover tornare nel suo regno. E se dovesse dare un nome alla sua strada? "Forse direi: 'la mia via' alla Sinatra. My Way. Ma scherzo, eh", ride. "Non sono così egoriferito. Non metto nemmeno le mie foto in casa!". Un attore vero, insomma, che lascia che sia il lavoro a parlare per lui. E che, forse proprio per questo, merita di essere ascoltato.
Iscriviti al nostro canale Telegram e rimani aggiornato!