Il caso che ha segnato la cronaca giudiziaria italiana torna prepotentemente sotto i riflettori grazie a Mattino Cinque, dove il giudice Stefano Vitelli – colui che nel 2009 assolse Alberto Stasi dall'omicidio di Chiara Poggi – ha rilasciato dichiarazioni esplosive che rimettono in discussione l'intera impalcatura accusatoria. Nell'intervista con Federica Panicucci, il magistrato ha smontato pezzo per pezzo la metodologia che portò alla condanna definitiva in Cassazione, sostenendo che gli indizi deboli non possono rafforzarsi reciprocamente solo perché numerosi. Un confronto tecnico ma appassionato che riapre ferite mai rimarginate e alimenta interrogativi su uno dei cold case più controversi d'Italia, dove l'assenza di prove dirette ha convissuto per anni con la certezza di una condanna.
Il cuore dell'intervento di Vitelli riguarda il metodo investigativo applicato al caso Garlasco. Quando Panicucci gli chiede cosa abbia provato vedendo ribaltata la sua assoluzione, il giudice non si abbandona all'emotività ma entra nel merito giuridico con lucidità chirurgica. La Cassazione, spiega, ha adottato un approccio secondo cui molteplici indizi, pur singolarmente fragili, si rafforzerebbero a vicenda come in una sorta di osmosi probatoria. Una logica che Vitelli contesta radicalmente, sostenendo che ogni elemento debba essere prima solido autonomamente.
Il magistrato fa esempi concreti che smontano questa costruzione: il dispenser di cui tanto si è parlato non costituisce secondo lui un indizio grave; l'ingresso di Stasi in casa alle 13.30 sarebbe gravissimo se provato, ma resta incerto. "Non puoi sommarli insieme e dire che uno rafforza l'altro", afferma con nettezza, tracciando una linea invalicabile tra rigore probatorio e congetture aggregate. È una critica metodologica che va al cuore del processo e solleva domande inquietanti sulla tenuta dell'intero impianto accusatorio.
Il nodo cruciale dell'intervista riguarda l'alibi informatico di Alberto Stasi, quella prova digitale cancellata durante le indagini iniziali che avrebbe potuto cambiare radicalmente il corso del processo. Vitelli racconta di quando i periti Porta e Occhetti gli comunicarono con certezza al 99,9% che Stasi aveva effettivamente lavorato alla tesi al computer quella mattina, dalle 9.35 alle 12.20. Una rivelazione che il giudice definisce una "bomba", non solo perché collocava l'imputato a casa sua nell'orario critico, ma soprattutto per le implicazioni psicologiche.
Con un ragionamento che colpisce per la sua forza logica, Vitelli solleva un dubbio devastante: come avrebbe potuto un incensurato, dopo aver massacrato la fidanzata con tale efferatezza, tornare tranquillamente a casa, consultare materiale pornografico come di consueto e poi dedicarsi con fredda concentrazione mentale alla correzione della tesi di laurea? Un'incompatibilità psicologica che il magistrato ritiene incompatibile con il profilo dell'omicida occasionale, elemento che avrebbe dovuto pesare molto di più nella valutazione complessiva del caso.
Sul fronte delle prove fisiche, Vitelli affronta senza timore le questioni più spinose, a partire dall'assenza di tracce ematiche sulle scarpe di Stasi. Anziché considerarla prova di colpevolezza mancata, il giudice la ribalta in chiave garantista: normalmente si cerca la presenza di sangue della vittima sui vestiti del sospettato, ma in questo caso si è fatto l'opposto, valorizzando un'assenza. E introduce un elemento poco noto: i genitori di Stasi testimoniarono che il giardino aveva irrigazione automatica mattutina e che Alberto ci passava regolarmente sull'erba bagnata.
Quando le scarpe furono sequestrate, conferma Vitelli, non fu trovata alcuna traccia di DNA ma solo un arbusto vegetale. Potrebbe essere quello del giardino di casa? Il magistrato non lo sa con certezza, ma sottolinea come questo dettaglio si colleghi al "grosso problema" che le alternative logiche e ragionevoli sono tante. Un'affermazione che risuona come un atto d'accusa verso un'indagine che avrebbe privilegiato una pista unica ignorando scenari alternativi plausibili.
Sulla questione del movente – uno dei punti più deboli dell'accusa secondo molti osservatori – Vitelli è categorico nel ribadire un principio fondamentale del diritto: spetta all'accusa dimostrarlo, non alla difesa negarlo. E poi aggiunge una confidenza che ha il sapore di una rivelazione tardiva ma potente: considera il caso Garlasco un esempio paradigmatico di ragionevole dubbio, e ammette che negli ultimi tempi, anche a livello umano, i suoi dubbi sulla colpevolezza di Stasi sono addirittura aumentati, a prescindere dal nuovo indagato emerso di recente.
L'intervista si chiude con un aneddoto inedito e sorprendentemente umano che Vitelli racconta per la prima volta in televisione. Durante il processo, mentre era nel suo studio, sentì bussare alla porta aspettandosi il cancelliere. Invece si trovò davanti l'imputato Stasi, visibilmente in imbarazzo, che gli chiese se potesse usare il bagno della camera di consiglio perché in tribunale avrebbe incontrato fotografi e curiosi. Un episodio apparentemente banale da cui il magistrato trasse una riflessione profonda sulla tensione e lo stress che gravava sull'uomo, un particolare che restituisce la dimensione umana di una vicenda spesso ridotta a dibattito tecnico-giuridico.
Le dichiarazioni del giudice Vitelli a Mattino Cinque rappresentano molto più di una semplice ricostruzione processuale: sono una critica metodologica al sistema che ha condannato Stasi e un appello implicito a riconsiderare un caso dove le certezze proclamate convivono con troppe zone d'ombra mai illuminate. Mentre la giustizia italiana considera chiuso il capitolo Garlasco, le parole di chi assolse in primo grado continuano a seminare dubbi legittimi su una verità che forse non è mai stata così granitica come si è voluto far credere. E la domanda resta sospesa: cosa sarebbe successo se l'alibi informatico fosse stato accertato subito, se le perizie fossero state diverse, se le alternative logiche fossero state davvero esplorate?
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