Il Grande Fratello è finito fuori dallo schermo e dentro le aule di tribunale, trascinando con sé un colosso dell'hi-tech. La battaglia legale tra Alfonso Signorini e Fabrizio Corona per le scottanti rivelazioni contenute in Falsissimo, la webserie pubblicata sul canale YouTube dell'ex re dei paparazzi, si è allargata ben oltre i confini di una disputa tra personaggi dello spettacolo. La procura di Milano ha infatti esteso l'indagine a Google, proprietaria della piattaforma di video sharing, con accuse pesanti che potrebbero aprire scenari inediti sul rapporto tra grandi tech company e responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti.
L'inchiesta, partita dalla denuncia degli avvocati del conduttore Mediaset, vede ora sul banco degli imputati non solo Corona ma anche Google Italia e Google Ireland, la sede europea del gigante tecnologico che gestisce gli affari internazionali del gruppo. Le accuse sono tutt'altro che lievi: diffamazione aggravata e ricettazione, quest'ultima riferita alla presunta diffusione di materiale ottenuto tramite illeciti a fini di lucro attraverso pubblicità e abbonamenti al canale.
La posizione di Corona si aggrava ulteriormente con l'accusa di revenge porn, per aver reso pubbliche chat e immagini intime durante le puntate di Falsissimo dedicate a Signorini. Questo elemento potrebbe rappresentare un punto di svolta nell'indagine, rendendo ancora più delicata la posizione di YouTube e della sua casa madre, che avrebbe ospitato e monetizzato contenuti potenzialmente illeciti.
Il reato di ricettazione contestato al colosso tecnologico rappresenta un'applicazione inedita di una fattispecie normalmente associata alla vendita di beni rubati. Nella strategia legale degli avvocati di Signorini, l'illecito sarebbe costituito proprio dalle puntate di Falsissimo, e Google avrebbe tratto profitto attraverso le entrate pubblicitarie e la percentuale sugli abbonamenti al canale di Corona trattenuta dalla piattaforma.
A complicare il quadro giuridico interviene però un principio cardine della regolamentazione del web: il regime di esenzione da responsabilità. Questo meccanismo, codificato nel Digital Millennium Copyright Act statunitense del 1998 e ripreso dalla Direttiva e-Commerce europea del 2000, stabilisce che una piattaforma non è responsabile dei contenuti caricati dagli utenti, purché non abbia un ruolo attivo nella loro pubblicazione.
YouTube resta tuttavia obbligato a rimuovere tempestivamente i contenuti che violano la legge una volta che l'autorità giudiziaria lo stabilisce, applicando lo stesso principio utilizzato per le violazioni del copyright, sebbene con procedure differenti. La procura di Milano dovrà quindi valutare se Google abbia rispettato questi obblighi o se, al contrario, abbia tardato nella rimozione dei video contestati, aprendo la strada a una possibile corresponsabilità nella diffusione del materiale ritenuto diffamatorio e illecito.
Il caso potrebbe creare un precedente significativo nel panorama italiano della responsabilità delle piattaforme digitali, in un momento in cui il dibattito sulla moderazione dei contenuti online è più acceso che mai. L'esito dell'indagine dirà se i confini dell'esenzione da responsabilità reggono anche quando i contenuti pubblicati configurano reati come diffamazione aggravata e revenge porn, o se le big tech dovranno rispondere più direttamente di ciò che viene monetizzato attraverso i loro servizi.
Iscriviti al nostro canale Telegram e rimani aggiornato!