Cat Stevens racconta conversione e scandalo fatwa

Il cantautore britannico racconta in un'autobiografia la sua conversione all'Islam e le esperienze che hanno segnato la sua vita e carriera musicale.

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Autore: Redazione ,
Libri e fumetti
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Quando si parla di conversioni religiose nel mondo della musica, quella di Cat Stevens rimane una delle più drammatiche e discusse della storia del rock. Ora, a distanza di quasi cinquant'anni da quella scelta radicale che sconvolse l'industria discografica, il cantautore britannico torna a raccontare la sua verità in un'autobiografia che si legge come un thriller esistenziale. Cat: On the Road to Findout, titolo ispirato a un brano del leggendario album Tea for the Tillerman del 1970, è molto più di una semplice retrospettiva sulla carriera: è il racconto di un uomo che ha guardato la morte negli occhi più volte, prima di trovare la sua strada nella fede islamica.

Il memoir, pubblicato nel 2025, rivela come Steven Demetre Georgiou – nato "nella luna piena del luglio 1948" sopra il caffè dei genitori nel West End londinese – abbia trasformato le sue esperienze di pre-morte in combustibile spirituale. La narrazione è costellata di episodi che farebbero impallidire qualsiasi sceneggiatore di Hollywood: da adolescente, Cat rischiò di precipitare dal tetto del Princes Theatre durante una sfida notturna con il suo migliore amico. Un gioco stupido che avrebbe potuto spezzare sul nascere una delle carriere più luminose della musica degli anni Settanta.

Ma il destino aveva altri piani. A soli 19 anni, proprio quando il suo primo momento di celebrità pop negli anni Sessanta stava sfumando, Stevens ricevette una diagnosi devastante: tubercolosi. Tre mesi di isolamento in un sanatorio nel West Sussex non solo misero fine alla sua prima incarnazione artistica, ma aprirono la porta al cantautore introspettivo che avrebbe regalato al mondo capolavori come Wild World e Peace Train. "La vita on the road stava diventando intollerabile, e lo ero anch'io", scrive riferendosi a un bizzarro tour a Göteborg durante la seconda ondata di successo, una frase che cattura perfettamente sia la pressione del sistema musicale che l'autodistruzione dell'ego gonfiato dalla fama.

L'episodio più cinematografico – e quello che cambierà tutto – avviene al largo di Malibu. Stevens decide di fare una nuotata solitaria in acque pericolosamente fredde, proprio mentre la sua carriera sta raggiungendo nuovi vertici. Trascinato sott'acqua dalla corrente, terrorizzato e convinto di morire, stringe un patto disperato con una potenza superiore: se sopravvive, dedicherà la sua vita a Dio. Due anni dopo, nel 1977, manterrà la promessa convertendosi all'Islam, assumendo il nome di Yusuf Islam e iniziando un graduale ritiro dall'industria musicale per concentrarsi su fede, famiglia e beneficenza.

"La vita on the road stava diventando intollerabile, e lo ero anch'io"

Ma la morte non aveva finito di corteggiare il giovane musicista. In una delle rivelazioni più scioccanti del libro, Stevens racconta con franchezza agghiacciante di un'esperienza con l'LSD finita in modo drammatico: sotto l'effetto della droga, tentò di pugnalarsi con una pala da carbone. Un episodio che colloca la sua successiva rinascita spirituale in un contesto ancora più comprensibile, come l'ultima ancora di salvezza per un uomo che aveva spinto corpo e mente oltre ogni limite ragionevole.

L'autobiografia non cancella l'edonismo che precedette la conversione. Stevens contestualizza onestamente la sua reinvenzione post-tubercolosi all'interno del boom dei cantautori post-hippie, posizionando album come Mona Bone Jakon e Tea for the Tillerman accanto ai contemporanei, pur ammettendo come il successo avesse gonfiato a dismisura il suo senso del destino. Con un tocco di autoironia nostalgica, ricorda di aver suonato i nuovi brani ai dirigenti discografici proclamando: "Ecco a voi: storia istantanea!" – una spavalderia che oggi suscita in lui un sorriso amaro.

I capitoli successivi seguono il suo ritiro dal mainstream pop verso un'esistenza più tranquilla – anche se non priva di controversie – centrata su dovere spirituale, progetti educativi e vita familiare. Inevitabilmente, il libro affronta anche la spinosa questione della fatwa contro Salman Rushdie del 1989. I commenti di Stevens sull'editto dell'Ayatollah Khomeini furono interpretati all'epoca come un sostegno alla condanna a morte dello scrittore, provocando uno scandalo internazionale che lo accompagna ancora oggi.

Nel memoir, Stevens insiste sul fatto di aver semplicemente esposto la posizione coranica sulla questione, sostenendo che le sue parole furono tagliate ingiustamente durante un dibattito televisivo da persone che non compresero il suo sarcasmo. Una giustificazione che non tutti hanno accettato nel corso degli anni, ma che l'artista rivendica come la sua verità. I momenti in bilico tra vita e morte fungono da cerniere narrative, trasformando il racconto dai tetti londinesi ai reparti per tubercolosi, dal surf californiano al terrore psichedelico, fino alla fede che ha guidato Yusuf/Cat Stevens attraverso i decenni successivi.

Cat: On the Road to Findout si presenta dunque come un documento essenziale per comprendere una delle transizioni più radicali nella storia della musica pop. Non è solo la cronaca di una carriera stellare interrotta volontariamente, ma il resoconto di un percorso spirituale costruito sulle macerie di esperienze limite che avrebbero annientato chiunque altro. Per i fan di lunga data e per chi si interroga sul rapporto tra arte, spiritualità e sopravvivenza, questo memoir offre finalmente le risposte che il silenzio di decenni aveva lasciato in sospeso.

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