Ciclone Harry, volontario: «Non è un'eccezione»

La Sicilia conta danni per oltre due miliardi dopo il ciclone Harry. Due giovani catanesi hanno creato una rete di volontari per spalare fango e detriti.

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Autore: Redazione ,
Attualità
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Mentre la Sicilia ancora conta i danni del ciclone Harry – oltre due miliardi di euro stimati solo per l'isola, con Calabria e Sardegna altrettanto devastate – a fronte di un primo stanziamento governativo di appena cento milioni per tutte e tre le regioni, una storia di solidarietà spontanea racconta un'Italia diversa. Simone Dei Pieri, 32 anni, dottorando in Economia all'università di Catania e fondatore del Catania Book Festival, insieme all'amico di liceo Simone Grasso ha trasformato l'impotenza davanti alla catastrofe in una rete capillare di volontari arrivati da ogni angolo della Sicilia. Quello che doveva essere un intervento limitato, armati di pale, guanti e stivali di gomma, è diventato una macchina organizzata di aiuti che sta ancora spalando fango e detriti dai quartieri sommersi.

«Ci siamo sentiti impotenti davanti a quello che stava succedendo e quindi abbiamo cercato un modo per dare una mano concretamente», racconta Dei Pieri a caldo, con la voce di chi ha vissuto giorni frenetici tra emergenza e coordinamento. «Non era programmato che diventasse così grande, è stato più che altro mettere in rete tante energie. Abbiamo raccolto le segnalazioni e le abbiamo girate a chi poteva andare in quel giorno». Una crescita spontanea ma razionale, che dimostra come le comunità sappiano rispondere quando le istituzioni tardano.

L'entusiasmo per la mobilitazione popolare si scontra però con una preoccupazione che Dei Pieri non nasconde: «È un sentimento ambivalente. Da una parte sono entusiasta di vedere centinaia di volontari che vengono da tutta la Sicilia per dare una mano. Dall'altra sono preoccupato che questa cosa passi in sordina nelle prossime settimane». Il timore è concreto: per far parlare del disastro siciliano, raccontano i volontari, è stata necessaria una fatica enorme, e l'attenzione mediatica rischia di spegnersi proprio quando servirà affrontare la fase più lunga e complessa della ricostruzione.

Se succede un fenomeno del genere ogni anno e mezzo vuol dire che non sono più eccezionali, ma purtroppo sono quasi la regola

Quello che spaventa di più Dei Pieri è proprio il cambio di paradigma che istituzioni e cittadini stentano ad accettare: «Davanti al ciclone Harry mi sono sentito spiazzato perché negli anni ci sono stati più episodi simili ma ovviamente nessuno con questa forza e si è sempre derubricato a maltempo. In realtà sono dei fenomeni che diventano sempre più frequenti che quindi vanno affrontati come tali, non sono più un'eccezione». La differenza tra emergenza e normalità climatica è sottile ma cruciale: continuare a trattare ogni alluvione come evento straordinario significa condannarsi a rincorrere sempre i danni invece di prevenirli.

Le necessità immediate sono concrete e drammatiche: mettere in sicurezza le abitazioni ancora pericolanti, sgombrare dai detriti appartamenti, garage, botteghe e luoghi di lavoro completamente distrutti, trovare sistemazioni stabili per chi è rimasto senza tetto. «Al momento magari sono stati accolti da amici, da parenti, però c'è sicuramente un lavoro da fare in questa direzione nell'immediato», spiega Dei Pieri. Nel lungo termine, la sfida sarà ancora più ardua: stimare i danni reali, sostenere chi ha perso tutto – casa e lavoro – e soprattutto rimettere in piedi intere comunità.

A Niscemi la situazione resta critica e carica di memorie dolorose: «È necessario un intervento strutturato per evitare quanto già accaduto nel 1997. In questa fase credo ci sia da capire fino a dove arriverà questo crollo, quanta parte della città ancora verrà interessata», sottolinea il giovane organizzatore. Chi vuole unirsi alla rete di volontari può trovare tutte le informazioni sul profilo Instagram dell'associazione Cambia, che continua a coordinare gli interventi sul territorio.

Ma è l'ultimo appello di Dei Pieri quello che dovrebbe risuonare nelle stanze dove si decidono politiche e investimenti: «Potrò sembrare ripetitivo ma temo che in qualche settimana, al più un mese o due, questo tema venga dimenticato. Se vogliamo intervenire come Paese senza mettere una toppa, e quindi senza lavorare in emergenza, è necessario lavorare di prevenzione». Il ciclone Harry, sottolinea con forza il dottorando catanese, non è un fenomeno straordinario, e di questo bisogna tenerne conto quando si pianifica il futuro del territorio. Altrimenti, la prossima volta che l'acqua sommergerà le strade, ci saranno altri volontari con le pale, ma sempre meno case da salvare.

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