Un caso che scuote dalle fondamenta la fiducia nelle istituzioni: Carmelo Cinturrino, assistente capo di polizia accusato dell'omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne conosciuto nell'ambiente dello spaccio come "Zack", resterà dietro le sbarre. Il gip di Milano Domenico Santoro ha disposto la custodia cautelare in carcere, ritenendo che l'agente possa non solo inquinare le prove, ma addirittura uccidere ancora. Una valutazione durissima che fotografa la gravità di quanto emerso attorno alla vicenda del boschetto di Rogoredo, dove il 26 gennaio 2026 Mansouri è stato colpito a morte in circostanze che si fanno sempre più oscure.
Il giudice non ha convalidato il fermo originario, ma ha comunque applicato la misura cautelare sulla base dei gravi indizi di colpevolezza a carico di Cinturrino. Al centro del provvedimento c'è il fondato timore che l'indagato possa tentare di influenzare i testimoni, convincendo i colleghi ad allineare le proprie dichiarazioni alla sua versione dei fatti. Un timore tutt'altro che teorico, visto quanto accaduto nelle settimane successive alla morte di Mansouri.
La svolta decisiva nel caso è arrivata il 19 febbraio, quando gli agenti presenti quella notte nel boschetto sono stati riascoltati in qualità di indagati. Quegli stessi colleghi che subito dopo i fatti avevano confermato punto per punto la ricostruzione di Cinturrino hanno cambiato versione in modo significativo. I nuovi interrogatori hanno rafforzato il sospetto che la scena del crimine sia stata manipolata: secondo gli inquirenti, l'assistente capo avrebbe posizionato una replica di pistola Beretta vicino al corpo di Mansouri dopo averlo ucciso, e prima di chiamare i soccorsi — con un ritardo di ben 23 minuti — per costruire artificiosamente la tesi della legittima difesa.
Durante l'interrogatorio di martedì, Cinturrino non ha mostrato quello che gli inquirenti definiscono "spirito collaborativo". L'agente ha ammesso solo ciò che era già acclarato dalle indagini, come l'aver alterato la scena del crimine con il posizionamento della pistola finta. Il resto delle sue dichiarazioni è stato ritenuto non credibile, in particolare la tesi dello sparo a scopo puramente "intimidatorio" perché spaventato da Mansouri.
Ma il quadro che si delinea attorno a Cinturrino va ben oltre la notte del 26 gennaio. Come riportato dal Corriere della Sera, diversi colleghi hanno descritto un agente temuto anche all'interno dello stesso ufficio, abituato a usare metodi eccessivamente aggressivi nelle operazioni antidroga nelle piazze di Corvetto e Rogoredo. Tra le testimonianze raccolte spicca un episodio di violenza ai danni di uno spacciatore ucraino con disabilità, ma anche descrizioni di interrogatori informali, schiaffi e colpi durante le perquisizioni sul campo. Comportamenti che Cinturrino ha negato, ma che gli inquirenti ritengono trovino "conferma" nelle dichiarazioni dei colleghi.
Emerge inoltre un dettaglio inquietante: stando alle testimonianze, l'assistente capo considerava Mansouri un obiettivo prioritario su base quasi personale, una sorta di bersaglio da individuare e neutralizzare nella piazza di spaccio di Rogoredo. Questo interesse specifico per "Zack" aggiunge un ulteriore livello di complessità a una vicenda già gravissima.
Non mancano i dubbi sulla gestione burocratica delle operazioni: alcuni colleghi avrebbero sollevato perplessità sulla corrispondenza tra le sostanze stupefacenti effettivamente sequestrate durante gli interventi e quanto poi riportato nei verbali ufficiali. Un fronte investigativo che potrebbe aprire scenari ulteriori sull'operato del reparto.
Sul piano della ricostruzione balistica e testimoniale, la questione della pistola resta il nodo centrale. Diversi agenti, inizialmente indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, hanno rivisto le proprie dichiarazioni sostenendo di non aver visto alcuna arma immediatamente dopo l'intervento. La replica di pistola priva di tappo rosso sarebbe apparsa sulla scena soltanto in un secondo momento, durante l'intervallo di tempo in cui un collega si era allontanato per recuperare uno zaino su indicazione diretta di Cinturrino. Sono in corso accertamenti tecnici per stabilire provenienza e modalità di acquisizione dell'arma.
Con la custodia cautelare confermata e un'inchiesta che si allarga a macchia d'olio, il caso Cinturrino si annuncia come uno dei procedimenti giudiziari più delicati e dirompenti per le forze dell'ordine italiane degli ultimi anni. Le prossime settimane saranno decisive: gli sviluppi processuali e l'esito degli accertamenti tecnici sulla pistola replica potrebbero ridisegnare ulteriormente una vicenda che pone domande scomode sul controllo interno nelle istituzioni e sui metodi impiegati nelle operazioni antidroga nelle zone più difficili di Milano.
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