Un passo avanti concreto, seppur tra le strettoie dei codici processuali e le complessità della cooperazione internazionale: l'indagine sulla strage di Capodanno a Crans-Montana, il tragico rogo dell'hotel Constellation che ha strappato la vita a 41 persone — tra cui 6 cittadini italiani — e ne ha ferite altre 115, entra in una nuova fase. Dopo ore di trattative serrate, magistrati italiani e svizzeri hanno raggiunto un accordo operativo che apre le porte a una collaborazione inedita, anche se costruita su basi più prudenti di quanto auspicato dal governo di Roma.
Il vertice si è svolto giovedì nella sede dell'Ufficio federale di giustizia elvetico a Berna, in una riunione durata ben sei ore. Sul tavolo, la rogatoria avanzata dall'Italia alla Svizzera e la richiesta — fortemente voluta dalla premier Giorgia Meloni — di costituire una squadra investigativa comune. Sul primo fronte si è sbloccato qualcosa; sul secondo, almeno per ora, il muro regge.
La delegazione italiana era guidata dal procuratore capo della Repubblica di Roma Francesco Lo Voi, affiancato dall'aggiunto Giovanni Conzo e dal sostituto Stefano Opilio. Con loro anche il tenente colonnello dei carabinieri Stefano Carella, esperto per la Sicurezza del Ministero dell'Interno presso l'ambasciata italiana a Berna, e Salvatore Gava, primo dirigente della Polizia di Stato e capo della Divisione reati contro la persona dell'Ufficio centrale nazionale Interpol. Dall'altra parte del tavolo, la procuratrice generale del Cantone Vallese Béatrice Pilloud, che ha tenuto a rimarcare con chiarezza i vincoli imposti dalla sovranità giudiziaria elvetica e dal codice di procedura penale svizzero.
Il risultato concreto è l'apertura di una "cooperazione rafforzata" tra le procure di Roma e Sion: a partire dalle prossime settimane, gli investigatori italiani potranno recarsi a Sion a intervalli regolari per consultare e acquisire gli atti dell'inchiesta, ma solo quelli che i colleghi svizzeri avranno selezionato e deciso di condividere. Non un accesso libero al fascicolo, quindi, ma una finestra filtrata attraverso le maglie del diritto elvetico.
Emerge qui un paradosso giuridico di non poco conto: gli avvocati di parte civile hanno accesso integrale al fascicolo, ma non tutti gli atti potranno essere automaticamente utilizzati nel procedimento penale italiano. I legali degli indagati, infatti, potrebbero opporsi alla condivisione di determinati documenti, rendendo necessaria — come è stato spiegato durante il vertice — una "scelta attenta" degli elementi di prova su cui fondare la cooperazione. Un labirinto procedurale che rischia di rallentare il passo dell'indagine.
Sul tema della squadra investigativa comune, il procuratore Lo Voi è stato diretto: "Non è stato trattato". Un punto che rimane aperto e che il governo italiano dovrà probabilmente affrontare su canali diplomatici paralleli, superando le resistenze di un sistema giudiziario che tutela gelosamente la propria autonomia. La stessa Pilloud ha definito la riunione "molto costruttiva", ma il condizionamento della sovranità cantonale resta una cornice ineludibile.
La cooperazione funzionerà anche in senso inverso: secondo il principio di reciprocità, gli inquirenti romani metteranno a disposizione dei colleghi svizzeri i risultati delle indagini condotte in Italia. Si tratta, in particolare, degli esiti delle autopsie sui corpi delle vittime italiane — autopsie non eseguite in Svizzera — e dei verbali degli interrogatori dei ragazzi feriti e ricoverati in ospedali italiani. Un contributo tangibile che potrebbe arricchire il quadro probatorio complessivo.
Sul fronte medico-legale, è attesa per il giorno successivo al vertice l'assegnazione di una maxi consulenza sull'intera documentazione sanitaria riguardante le vittime italiane della strage di Crans-Montana: un lavoro che potrebbe rivelarsi cruciale per ricostruire dinamiche e responsabilità. Lo Voi ha chiuso con una valutazione ottimistica, parlando di incontro "molto fruttuoso e produttivo", sottolineando come gli svizzeri avessero già accolto in termini generali la rogatoria italiana.
La strada verso la verità sulla tragedia di Capodanno è ancora lunga e piena di ostacoli burocratici, ma qualcosa si muove. Le famiglie delle sei vittime italiane attendono risposte, e la cooperazione appena avviata — per quanto limitata nelle forme — rappresenta il primo tassello concreto di un'indagine che dovrà fare i conti con due sistemi giudiziari, due culture processuali e una frontiera che, in materia penale, si attraversa sempre con molta cautela.
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