Crans-Montana, il sindaco: «Piango ogni giorno»

Il sindaco di Crans-Montana ammette gli errori nella gestione dell'incendio che ha causato 40 morti e 120 feriti, dopo settimane di polemiche e minacce.

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Autore: Redazione ,
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Il peso della tragedia che ha sconvolto la Svizzera continua a gravare sulle spalle di Nicolas Féraud, sindaco di Crans-Montana, la località alpina teatro del devastante incendio che ha provocato quaranta vittime e centoventesimo feriti. A quasi un mese dal disastro, il primo cittadino ha rilasciato una lunga intervista all'agenzia Keystone-ATS, ripresa dai principali quotidiani italiani e svizzeri, in cui ammette per la prima volta i propri errori comunicativi e personali nella gestione dell'emergenza. Un'autocritica sofferta che arriva dopo settimane di polemiche, accuse e persino minacce di morte, mentre l'inchiesta giudiziaria guidata dalla procuratrice Beatrice Pillaud prosegue per stabilire le responsabilità della strage.

L'ammissione più dolorosa di Féraud riguarda la prima conferenza stampa dopo la tragedia, quando il sindaco non pronunciò parole di scusa: «Mi rammarico di non averle chieste a nome del Comune. In un contesto emotivamente molto difficile, ho commesso l'errore di privilegiare la prudenza nel tentativo di gestire la parte ufficiale della conferenza stampa piuttosto che lasciare spazio a scuse ed emozioni». Un silenzio che ha pesato enormemente sull'opinione pubblica e che il sindaco, al terzo mandato ed esponente del Partito liberale radicale come la stessa procuratrice che conduce le indagini, riconosce oggi come un grave errore di valutazione in un momento in cui servivano parole umane prima che istituzionali.

Féraud ha anche annunciato che resterà in carica fino alla fine del mandato, nonostante le pressioni: «Non abbandonerò la nave in piena tempesta per rispetto del Comune e di questi luoghi». Il sindaco si prepara ad affrontare le conseguenze dell'inchiesta giudiziaria con consapevolezza del proprio ruolo: «L'accusa stabilirà le responsabilità di ognuno, inclusa la mia, e la affronterò. Umanamente, e senza speculare su quello che dirà la giustizia, sento il peso della responsabilità. Mi assumerò quello che dovrò assumermi se dovessi essere incolpato».

Mi rendo conto di essere diventato l'uomo nel mirino delle critiche insieme ai coniugi Moretti. Sono colpevole agli occhi di molta gente

Le settimane successive alla tragedia sono state particolarmente dure per il primo cittadino, diventato bersaglio di violente critiche sui social e sui media. «Ciò che mi ha davvero colpito è stato quando dei cronisti hanno affermato che ho accettato bustarelle. Si è messa in discussione la mia integrità, quando ho scelto di fare politica in maniera onesta», ha dichiarato Féraud, rivelando di aver ricevuto persino minacce di morte. Il trauma psicologico causato dall'esperienza è profondo: «Piango ogni giorno. Ho iniziato una terapia presso uno psicologo, durerà a lungo. Il trauma mi rimarrà a vita».

Sul fronte dei controlli di sicurezza che avrebbero dovuto prevenire la tragedia, il sindaco ammette candidamente: «Non ne so abbastanza a quanto pare». Féraud si dice però contrario all'idea che esistano carenze sistemiche nella gestione della sicurezza a Crans-Montana: «Mi rifiuto di credere che le carenze nelle nostre analisi rappresentino una situazione sistematica. Le indagini diranno se le nostre richieste di mettersi in regola hanno portato o no ad azioni pratiche, se qualcosa ha influito sul dramma».

Sul piano diplomatico e giudiziario, il Dipartimento degli Affari esteri svizzero ha ufficialmente risposto alla richiesta italiana di stretta collaborazione tra le autorità dei due Paesi per chiarire le circostanze dell'incendio. La Confederazione elvetica ha confermato che «la Svizzera e l'Italia perseguono il medesimo obiettivo»: chiarire «con rapidità, trasparenza e in modo esaustivo» le circostanze che hanno portato alla morte di quaranta giovani provenienti da numerosi Paesi, chiamando i responsabili a risponderne. La nota precisa inoltre che la competenza dell'inchiesta appartiene alla giustizia cantonale e non alle autorità politiche federali, aprendo però alla possibilità di squadre investigative comuni, strumenti di collaborazione tra Stati previsti dalla convenzione di Bruxelles del 2000.

L'inchiesta della procuratrice Pillaud continua intanto a scandagliare ogni aspetto della tragedia, dai permessi edilizi alle ispezioni di sicurezza, dai materiali utilizzati nella struttura fino alle procedure di evacuazione. Il destino politico e giudiziario di Féraud, così come quello dei coniugi Moretti proprietari della struttura, dipenderà dalle conclusioni degli investigatori nelle prossime settimane.

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