Una tragedia che ha scosso l'Europa intera trova ora un nuovo capitolo investigativo: la strage di Capodanno al locale Le Constellation di Crans-Montana, che ha spezzato 41 vite — tra cui sei giovani italiani — e lasciato 115 feriti, entra in una fase cruciale sul fronte giudiziario. Italia e Svizzera hanno siglato un accordo di «cooperazione rafforzata» che segna un passo avanti concreto nell'inchiesta sull'incendio devastante, anche se le aspettative di chi sperava in una squadra investigativa comune dovranno fare i conti con le rigidità del sistema giuridico elvetico.
Il vertice si è tenuto a Berna, nella sede dell'Ufficio federale di giustizia, ed è durato ben sei ore. Attorno al tavolo si sono seduti figure di primo piano: per il Canton Vallese, la procuratrice generale Béatrice Pilloud, e per l'Italia il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi. Nessuno schema formale di team congiunto, ma un'intesa operativa che consente uno scambio strutturato di informazioni e un coordinamento molto più stretto di quanto esistesse fino a ieri.
Il nodo più spinoso riguarda l'accesso agli atti. I magistrati italiani potranno consultare il fascicolo svizzero, ma non nella sua interezza: avranno accesso soltanto a una «selezione» di documenti individuata dalla procura di Sion. In termini pratici, gli investigatori italiani si recheranno periodicamente in Svizzera per esaminare ed acquisire le carte che le autorità elvetiche riterranno condivisibili — una procedura laboriosa, ma inevitabile data la struttura del codice di procedura penale svizzero, che tutela in modo rigoroso la «sovranità per i procedimenti penali».
L'ipotesi di una squadra investigativa comune — auspicata pubblicamente anche dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni nei giorni immediatamente successivi alla tragedia — non è nemmeno entrata nell'agenda del vertice. Lo Voi ha chiarito senza giri di parole che la questione «non è stata trattata», precisando che l'accordo raggiunto si muove entro i confini imposti dalla legge elvetica. Non si tratta di chiusura politica, ma di un vincolo strutturale: in Svizzera ogni procura mantiene il controllo pieno del proprio fascicolo, e nessuna deroga è prevista.
C'è poi un ulteriore elemento di complessità tecnica che potrebbe rallentare i tempi: anche quando un atto risulta accessibile, i difensori degli indagati hanno facoltà di opporsi alla sua trasmissione all'estero. Per questo, durante il vertice si è discussa a lungo la necessità di una scelta accurata degli elementi probatori da condividere, così da non innescare conflitti procedurali capaci di compromettere l'utilizzabilità degli atti nel procedimento italiano.
La cooperazione, però, funzionerà in entrambe le direzioni. Roma non si limiterà a ricevere: metterà a disposizione degli inquirenti elvetici gli esiti di attività investigative condotte sul territorio italiano, tra cui le autopsie sui corpi delle sei vittime italiane — accertamenti che la Svizzera non aveva effettuato — e i verbali degli interrogatori dei feriti ricoverati negli ospedali italiani. È prevista inoltre una maxiconsulenza medico-legale sull'intera documentazione sanitaria delle vittime, che dovrà fornire un quadro tecnico dettagliato sulle cause dei decessi.
Il bilancio finale dei due procuratori è positivo. Lo Voi ha definito l'incontro «molto fruttuoso e produttivo», sottolineando che «gli svizzeri avevano già accolto in termini generali la nostra rogatoria». Pilloud ha parlato di una riunione «molto costruttiva», confermando la volontà comune di procedere con metodo e rispetto reciproco delle rispettive procedure. Ora l'attenzione si sposta sull'implementazione concreta dell'accordo: le prime trasferte degli investigatori italiani a Sion e l'avvio della maxi-perizia medico-legale saranno i prossimi banchi di prova di un'intesa che, sulla carta, sembra solida ma che dovrà dimostrare la sua efficacia nei mesi a venire.
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