Nel cuore pulsante dello spettacolo italiano, dove i riflettori illuminano sempre gli altri, c'è chi ha fatto dell'ombra una professione. Cristiano Cucchini è uno degli agenti più influenti del nostro cinema, un uomo che ha rappresentato e lanciato alcuni dei volti più noti del panorama nazionale, da Raoul Bova a Maria Grazia Cucinotta. Ma dietro la figura professionale impeccabile si nasconde un osservatore disincantato di un'industria che sente sempre più distante, un mestiere che lo ha assorbito completamente fino a coincidere con la sua stessa identità. In questa lunga conversazione con Virgilio Notizie, Cucchini si racconta senza filtri: dalla nostalgia per un cinema che non c'è più alla critica feroce verso le nuove generazioni di attori cresciuti su Instagram, passando per riflessioni intime sulla solitudine e sulla difficoltà di separare il professionista dall'uomo.
Figlio d'arte, Cucchini ha ereditato il mestiere dalla madre Donatella Mauro, agente dal 1956 che ha scoperto talenti come Giuliano Gemma, Ornella Muti e Marilù Tolo. "Erano tempi diversi", racconta con una punta di malinconia. "La domenica a casa nostra venivano Aldo Fabrizi, Monicelli, Sergio Leone, Dino Risi. Risi diceva a mia madre: 'Prendi le foto, buttale a terra, fammi vedere'. Si sceglieva d'istinto. Perché il cinema è immagine, è sogno". Un'epoca d'oro in cui l'Italia vinceva Oscar su Oscar, quando bastava un volto per conquistare il mondo. "Oggi non è più così", constata amaramente. "Vedo solo gente trasandata davanti alla macchina da presa. Gli americani non comprano più nulla da noi. E hanno ragione".
Il confronto con il presente è impietoso. Secondo Cucchini, manca quella "faccia da cinema" che rendeva unici anche attori come Totò o Silvana Mangano. "Non parlo solo di bellezza alla Charlize Theron. Parlo di presenza. La Mangano non era perfetta, ma aveva fascino. Poteva interpretare sia Riso amaro che Gruppo di famiglia in un interno". Mentre l'America propone Jacob Elordi, Timothée Chalamet e Paul Mescal, l'Italia fatica a esprimere volti che possano competere su scala internazionale. Il problema, per l'agente, è anche generazionale: "Oggi i giovani attori si dividono in due categorie: quelli che cercano davvero di fare questo lavoro con serietà, e quelli che pensano che fare l'attore significhi semplicemente mostrarsi su Instagram o TikTok".
La critica più dura riguarda proprio l'approccio alla professione. "Molti non intraprendono questa carriera per vocazione. Mi dicono: o vinco al gratta e vinci o faccio l'attore". Una battuta amara che fotografa una deriva preoccupante. Vittorio Gassman, con cui Cucchini ha avuto un rapporto privilegiato negli ultimi anni di vita dell'attore, gli raccontava che un tempo i film erano scritti da almeno quattro persone, "e il più scemo era magari Flaiano, Suso Cecchi D'Amico o Monicelli". Oggi invece domina quella che l'agente definisce una "pandemia narcisistica": registi che scrivono e dirigono da soli, raccontando ossessivamente se stessi senza aprirsi al confronto. "Un film ha bisogno di più voci", insiste Cucchini. "Amici miei non sarebbe diventato quel capolavoro se fosse stato scritto da una sola persona".
Il riferimento è a Bonnie Timmermann, leggendaria casting director americana che ha scoperto Sean Penn, Julia Roberts e Anne Hathaway. In un documentario che l'ha colpito profondamente, Cucchini ha visto come Timmermann portasse gli attori alle lacrime durante i provini, facendoli parlare di traumi familiari e ferite interiori. "Diceva: 'Li capisco perché anch'io ho disturbi mentali'. E aggiungeva: 'Tutti i grandi attori li hanno'". Una teoria che l'agente condivide pienamente: "Se si è cresciuti nel benessere, se si vive solo di buoni propositi e frasi fatte, che cosa si può davvero raccontare?". Il disagio, per Cucchini, genera profondità. "Oggi molti sperano di incontrare il milionario che regala loro una borsa Chanel e li 'sistema'. Ma è una favola tossica".
La riflessione si fa ancora più personale quando Cucchini ammette di identificarsi completamente con il proprio mestiere. "Ho capito che, se non lavoro, non ricevo stimoli dalla vita. Non ho altri feedback. È una vocazione, più che un lavoro". Una confessione che rivela anche il prezzo pagato nella sfera privata. "Chiunque stia con me finisce col soffrire. Quando mi vedono costantemente accanto a una star, è inevitabile che si sentano inadeguati". Il 90% delle persone che gli si sono avvicinate, racconta, lo hanno fatto perché era "qualcuno" nel suo ambiente. "E questo mi ha sempre dato fastidio. Nei rapporti mi pongo come persona, non come professionista. Con i miei amici non parlo mai del mio lavoro".
Anche il rapporto con il cinema contemporaneo è problematico. "Qualche settimana fa sono stato male, e ho avuto tempo per riflettere. Ho capito che il malessere che provavo era profondo, legato anche al prodotto finale del mio lavoro". Continua a rivedere almeno una volta all'anno La famiglia di Ettore Scola e Parenti serpenti di Mario Monicelli, film che sente suoi. "È diventato il nostro piccolo vangelo privato", dice citando la battuta cult "Hai esaudito un sogno". Ma dei titoli recenti che hanno dominato il box office italiano non vuole nemmeno parlare. "Non trovo stimoli nel cinema italiano attuale. Forse sono diventato troppo esigente".
Tra i suoi assistiti attuali, Alessio Lapice rappresenta un'eccezione positiva. "Ascolta davvero. Ricorda ogni cosa che gli ho raccontato. Mi cita frasi dette anni fa, con precisione". Gli ha raccontato l'aneddoto di Marcello Mastroianni che, quando non lavorava, andava nello studio di Giovanna Cau a fare il centralinista per non deprimersi. "Lapice mi minaccia ironicamente: 'Cristiano, guarda che se non lavoro, vengo da te a fare il centralinista!'. Quel tipo di umiltà è la base per andare lontano".
Il mestiere è cambiato anche strutturalmente. "Vent'anni fa c'erano dieci, quindici agenzie. Tutte con un livello culturale simile. Oggi ci sono agenti giovanissimi che non sanno nulla, eppure vanno per la maggiore". La stessa deriva riguarda i casting director: "Un tempo eri attore o aiuto regista, poi passavi al casting con una preparazione. Oggi basta aver fatto la segretaria per un anno, conoscere due attori, e aprire uno studio". L'esempio che porta è quello di una delle casting director più attive in Italia che ha stroncato pubblicamente Baby Reindeer, definendo l'attore protagonista "inguardabile". "Ma come si fa? Quell'attore è straordinario. Ha una lunga esperienza teatrale, si è completamente esposto. La vulnerabilità è parte dell'arte".
Sul distacco dai propri assistiti, Cucchini è diventato filosofico col tempo. "All'inizio è stato devastante. Poi impari a metabolizzarlo. Se ti abbatti ogni volta che perdi un attore, finisci per non essere professionale nemmeno verso chi resta". Con Raoul Bova, che ha lanciato portandolo fino in America insieme a Maria Grazia Cucinotta, si è creata una distanza. "Avevamo progetti importanti nel cinema d'autore. Poi, per motivi personali, il rapporto si è interrotto". La lealtà resta per lui il valore supremo: "Ho imparato anche a perdere amici — non perché siano morti, ma perché si sono fidanzati, si sono allontanati. Alcuni li chiamo 'zombie': sono vivi, ma per me sono come morti. Perché hanno tradito la mia fiducia".
L'ultima riflessione è dedicata al senso profondo del mestiere dell'attore, citando ancora Gassman: "Siamo escort, pagati a prestazione. E dobbiamo pensare a piacere al pubblico, non a noi stessi". Una metafora forte ma reale, che racchiude tutta la filosofia di Cucchini: professionalità, responsabilità, rispetto. Anche quando il progetto non entusiasma. "Come un chirurgo: opera con attenzione chiunque, non solo Charlize Theron, ma anche la signora di novant'anni. Questo è il lavoro vero". Parole di chi ha visto tutto, di chi continua a credere nel talento autentico nonostante tutto, di chi ha fatto dell'ombra non una scelta ma una vocazione assoluta.
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