Cuore bruciato, Petruzzi: "Ho perso il distacco"

L'avvocato difensore dei genitori di Domenico, il bimbo morto per un cuore danneggiato durante il trasporto, ha confessato: "Questo caso mi è entrato dentro".

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Autore: Redazione ,
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2' 40''
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Una storia che scuote le coscienze e che ha già travolto emotivamente anche chi, per mestiere, dovrebbe mantenersi a distanza dai casi che tratta. Francesco Petruzzi, l'avvocato che difende i genitori del piccolo Domenico, il bambino di 2 anni morto all'ospedale Monaldi di Napoli dopo che il cuore destinato al suo trapianto è stato irrimediabilmente danneggiato da un trasporto scorretto, ha rotto gli argini della compostezza professionale con una confessione rara e potente: "Il caso di Domenico mi è entrato dentro". Una dichiarazione che risuona ancora più forte se si considera che Petruzzi non è certo un legale alle prime armi, abituato com'è a confrontarsi con vicende drammatiche mantenendo il necessario equilibrio.

Ospite della trasmissione di approfondimento Ignoto X, condotta dal giornalista Pino Rinaldi su La7, l'avvocato ha ammesso apertamente di non riuscire a mantenere "il distacco professionale che ogni avvocato dovrebbe avere". Una confessione che la dice lunga sulla gravità e sulla complessità di una vicenda che ha indignato l'Italia intera e che ora è al centro di un'inchiesta giudiziaria con sette indagati.

"Provammo a scongelare il cuore con acqua fredda, poi tiepida, infine calda": la testimonianza agghiacciante degli infermieri presenti in sala operatoria il giorno del trapianto di Domenico.

A rendere il racconto ancora più straziante sono i dettagli emersi dalle testimonianze del personale sanitario, raccolte dal Gip e riferite dallo stesso Petruzzi. Secondo quanto dichiarato dagli infermieri presenti in sala operatoria, ci sarebbe voluta circa un'ora per estrarre il cuore dal contenitore di trasporto. L'organo, al momento dell'arrivo, si presentava come "una pietra durissima", completamente distrutto dal ghiaccio in cui era stato erroneamente conservato durante il trasferimento. I tentativi di recuperarlo furono vani: prima acqua fredda, poi tiepida, poi calda. Nulla funzionò. Il cardiochirurgo fu costretto ad ammettere che quel cuore "non avrebbe mai potuto riprendere a battere".

Ma stando alla ricostruzione dell'avvocato Petruzzi, il trasporto sbagliato dell'organo non sarebbe l'unico errore contestato all'equipe del Monaldi. Un secondo elemento, potenzialmente decisivo sul piano giuridico, riguarda i tempi dell'intervento chirurgico stesso. Dalla scheda relativa al tracciato di circolazione extracorporea emergerebbe che il piccolo Domenico sarebbe stato privato del suo cuore con eccessivo anticipo rispetto all'arrivo dell'organo donato. Secondo le parole del legale: "Il 'no way back point' è stato superato alle 14:18 con il clampaggio aortico, mentre il cuore sarebbe arrivato solo alle 14:30". Questo passaggio – tecnicamente definito "punto di non ritorno" – avrebbe reso inevitabile il tentativo di impianto dell'organo anche quando era già chiaro che questo fosse irrimediabilmente compromesso.

Domenico è morto due giorni dopo quella tragica operazione. Ora sono gli agenti del Nucleo Antisofisticazioni e Sanità (Nas) di Trento a dover fare luce sulle responsabilità. Gli indagati sono al momento sette, tutti appartenenti all'equipe medica dell'ospedale Monaldi: tra loro figurano il primario dell'unità di cardiochirurgia pediatrica e i cardiochirurgi che hanno seguito l'intervento. L'ipotesi di reato contestata è quella di omicidio colposo.

La vicenda di Domenico apre interrogativi profondi sulle procedure di trasporto degli organi destinati al trapianto e sulla catena di responsabilità che dovrebbe tutelare le vite di pazienti già in condizioni critiche, soprattutto quando si tratta di bambini. Con l'indagine ancora in corso e l'udienza davanti al Gip destinata a fare ulteriore chiarezza, i genitori del piccolo attendono una risposta che nessuna sentenza potrà mai rendere davvero sufficiente.

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