Mentre la Sicilia fa i conti con i devastanti effetti del ciclone Harry – con danni stimati in circa 2 miliardi di euro solo per l'isola maggiore – una delle voci più autorevoli del panorama culturale italiano ha scelto di concentrare i propri sforzi su un puntino nel Mediterraneo che rischia di essere dimenticato da tutti. Linosa, la piccola isola vulcanica a più di un'ora di aliscafo da Lampedusa, con i suoi appena quattrocento abitanti, è stata letteralmente divorata dalle mareggiate: strade inghiottite dal mare, barche distrutte, infrastrutture già precarie ridotte al collasso. E mentre il governo stanzia 100 milioni di euro per gestire le emergenze di Sicilia, Calabria e Sardegna – rispettivamente colpite per 2 miliardi, 300 milioni e 200 milioni di danni – quest'angolo remoto del Mediterraneo rischia di restare nell'ombra.
La domanda posta da un quotidiano siciliano non è banale: perché mobilitarsi per una manciata di isolani quando un'intera regione è in ginocchio? La risposta arriva dalle pagine di Vanity Fair, dove viene raccontato un legame personale e profondo con questo scoglio nero perduto tra Italia e Tunisia. Un legame nato da un progetto letterario su carcere e isolamento, che ha portato alla scrittura del libro Ogni prigione è un'isola, e che ha fatto scoprire come anche ogni isola sia, paradossalmente, un po' una prigione.
Linosa non è solo un punto sulla mappa per chi l'ha vissuta da dentro. È un microcosmo dove i quattrocento residenti si conoscono tutti, si mettono d'accordo velocemente e affrontano insieme le emergenze con quella solidarietà che solo le comunità isolate sanno esprimere. Ma è anche un luogo dove il controllo sociale si fa sentire, nel bene ma anche nel male, dove i disagi esistevano ben prima che il ciclone spazzasse via moli e strade: sanità ridotta al lumicino, scuola in difficoltà, un generale disinteresse per un'isola così piccola e così distante dal continente.
La posizione geografica di Linosa la rende doppiamente vulnerabile: situata in mezzo al mare tra Sicilia e Tunisia, dipende amministrativamente da Lampedusa, un'isola che già lotta con le proprie emergenze e che inevitabilmente finisce per dedicare un'attenzione "distratta" a questo satellite ancora più remoto. Quando l'aliscafo c'è – e non sempre c'è – serve più di un'ora per raggiungerla, un dato che la dice lunga sull'isolamento reale di questa comunità.
La raccolta fondi lanciata in risposta all'appello degli abitanti nasce proprio da questa conoscenza diretta: pescatori con cui si sono strette amicizie, persone che vivono delle loro barche e che ora affrontano "guai grossi". Non è assistenzialismo a distanza, ma una risposta concreta a volti conosciuti, a storie condivise durante la stesura di quel libro sull'isolamento che ha permesso di scoprire quanto un luogo possa "star stretto, proprio come una famiglia".
Nel frattempo, all'Assemblea regionale siciliana è stato approvato un ordine del giorno che chiede di dirottare 1,3 miliardi di euro stanziati per il controverso ponte sullo Stretto verso la ricostruzione post-ciclone. Una proposta che accende il dibattito sulle priorità infrastrutturali in un momento in cui intere comunità – grandi e piccolissime – cercano di rialzarsi dopo la furia della natura. E mentre la politica discute di grandi opere e stanziamenti, Linosa aspetta che qualcuno si ricordi di lei, forte di quella rete di solidarietà che solo chi l'ha conosciuta davvero può attivare.
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