Cento anni fa nasceva un uomo che ha cambiato per sempre il modo in cui l'Italia guarda a se stessa: Dario Fo, giullare, poeta, drammaturgo, attore, regista e pittore, un artista totale la cui eredità continua a riverberare nel teatro mondiale. Il riconoscimento più alto arrivò nel 1997, quando l'Accademia svedese gli conferì il Premio Nobel per la Letteratura, scatenando in patria un putiferio che lui stesso descrisse con ironia graffiante, e che la dice lunga sul rapporto tormentato tra l'élite culturale italiana e uno dei suoi figli più geniali.
Le motivazioni del Nobel erano cristalline e poetiche al tempo stesso: Fo veniva premiato perché, «nella tradizione dei giullari medievali, fustiga il potere e riabilita la dignità degli umiliati». Tre anime in una sola frase: lo studioso che dissotterra tradizioni dimenticate, il comico che arriva a tutti senza barriere di classe, il difensore degli ultimi che usa la satira come arma di precisione contro i potenti.
Il discorso tenuto da Fo alla cerimonia di consegna del Nobel portava un titolo in latino medievale denso di significato: Contra jogulatores obloquentes, ovvero "Contro i giullari che diffamano e insultano". Il riferimento era a una legge promulgata nel 1221 dall'imperatore Federico II di Svevia, che autorizzava i cittadini a bastonare — e persino uccidere — i giullari colpevoli di offendere i potenti. Un manifesto poetico e politico, scelto non a caso da un uomo che aveva dedicato la vita intera a fare esattamente quello.
Con il suo stile inconfondibile, Fo trasformò persino la cerimonia di Stoccolma in uno spettacolo, ringraziando ironicamente i membri dell'Accademia svedese per il loro «coraggio» nell'assegnargli il premio: raccontò di letterati e pensatori «che normalmente volano alto» e che si ritrovarono «travolti da una specie di tromba d'aria». Con una battuta fulminante ricordò le proteste di chi si era lamentato che l'Accademia aveva premiato prima «un nero», poi «un ebreo», e adesso «addirittura un giullare».
Nel suo discorso, Fo portò i saluti di «una caterva di guitti, di giullari, di clown, di saltimbanchi, di cantastorie» e, soprattutto, dei fabulatori del Lago Maggiore, quella comunità di maestri soffiatori di vetro e narratori che lo avevano iniziato all'arte del racconto fin da bambino. Indicò come suoi maestri assoluti il Ruzzante — al secolo Angelo Beolco — e Molière, entrambi «sbeffeggiati dai sommi letterati del loro tempo» e disprezzati perché «portavano in scena il quotidiano, la gioia e la disperazione della gente comune».
Dal Ruzzante, Fo dichiarò di aver imparato a liberarsi dalla scrittura letteraria convenzionale, abbracciando «parole da masticare, suoni inconsueti, ritmiche e respiri diversi». Da questa lezione nacque il grammelot, la sua lingua-non-lingua: un impasto di onomatopee, assonanze con idiomi diversi, gesti e mimica capace di raccontare storie e dare vita a personaggi senza usare parole reali. Un linguaggio universale, fisico e musicale insieme, che abbatteva qualsiasi frontiera culturale.
La summa di questa tecnica è Mistero Buffo, datato 1969 e considerato il capolavoro assoluto della sua produzione. Fo in scena da solo, vestito di nero, a dar voce a tutti i personaggi di episodi tratti dalla tradizione religiosa popolare — dall'infanzia di Gesù fino a Bonifacio VIII — in una cadenza padana accompagnata da una mimica vulcanica. Lo spettacolo, continuamente aggiornato nel corso dei decenni, lo consacrò alla fama internazionale e rimane ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile del teatro europeo.
Ma le radici del suo rapporto con il grande pubblico affondano ancora prima: già nel 1951, i monologhi radiofonici del Poer Nano avevano conquistato gli italiani con rivisitazioni esilaranti di storie bibliche come quella di Caino e Abele. Il grammelot sarebbe poi ricomparso in opere drammaturgiche più strutturate, come Lu santo jullare Francesco del 1999, dove si fondeva con il volgare umbro in un affresco medievale di straordinaria vivacità.
Tra le commedie più amate del suo repertorio spicca anche Isabella, tre caravelle e un cacciaballe, che racconta la storia di Cristoforo Colombo schierandosi — come sempre, senza esitazioni — dalla parte degli ultimi, dei «poveri cristi» e degli «uomini giusti». Un filo rosso che attraversa tutta la sua produzione, dalla farsa al teatro epico, senza mai perdere quella leggerezza che solo i grandi artisti sanno mantenere quando parlano di cose serissime.
Sarebbe però un errore ridurre Fo alla sola figura del comico di piazza. Dietro la maschera del giullare si celava un filologo rigoroso, uno studioso profondo della storia del teatro, dalla classicità greca e romana alla Commedia dell'Arte, passando per il teatro medievale. La sua grandezza stava proprio in questo: rendere accessibile a tutti — con il riso, con il gesto, con la voce — un patrimonio culturale immenso che le istituzioni ufficiali tenevano chiuso nelle biblioteche. A cent'anni dalla nascita, la sua lezione risuona più attuale che mai: il potere teme ancora il riso, e i giullari sono ancora necessari.
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