Una tragedia che solleva inquietanti interrogativi sulle procedure di gestione dei pazienti psichiatrici. Davide Lionello, figlio 52enne del compianto doppiatore e attore Oreste Lionello, è morto domenica 25 gennaio gettandosi sotto un treno alla fermata metro A Subaugusta di Roma. Ma nelle ore successive al suicidio, la sorella Alessia ha sollevato pesanti dubbi sulla struttura che aveva in cura il fratello, la clinica Villa Mendicini, raccontando al Messaggero dettagli che dipingono un quadro inquietante degli ultimi momenti di vita dell'uomo.
Il punto più sconcertante riguarda proprio la gestione dell'uscita di Davide dalla clinica. "Come è possibile che nessuno si sia accorto che mio fratello era peggiorato e lo abbia fatto uscire da solo?", si chiede amaramente Alessia. Per due anni il 52enne aveva avuto un solo permesso settimanale per allontanarsi dalla struttura, e sempre accompagnato. Quel giorno, invece, Davide è riuscito a raggiungere da solo la stazione della metro dove ha compiuto l'insano gesto, come confermato dalle immagini delle telecamere di sorveglianza e dalle testimonianze raccolte.
Ancora più stridente appare il particolare della telefonata: la clinica ha chiamato Davide alle 17 di domenica, proprio quando il paziente era già deceduto. "Secondo me si sono accorti che non c'era e hanno provato a chiamarlo", è la spiegazione che si è data la sorella. Una ricostruzione che, se confermata dalle indagini in corso, solleverebbe seri dubbi sui protocolli di sicurezza e monitoraggio dei pazienti in cura presso la struttura romana.
Alessia ha anche dipinto un quadro delle condizioni del fratello nelle settimane precedenti la tragedia. Da tempo Davide rifiutava di vedere moglie, figli e parenti. "Quando diceva 'non me la sento di vedervi' era un chiaro segnale del fatto che stesse malissimo", ha raccontato la donna. Un campanello d'allarme che evidentemente non è stato colto da chi avrebbe dovuto prendersi cura di lui quotidianamente.
La sorella ha poi sollevato critiche pesanti sul tipo di cure somministrate a Davide, definite "esagerate" considerando che da due anni il fratello era molto tranquillo. Alessia ricorda una battaglia personale condotta per far togliere un farmaco al fratello: "Ci sono riuscita, ma da quel momento non mi hanno più permesso di avere voce in capitolo, mi hanno trattata malissimo". Una testimonianza che suggerisce possibili tensioni tra la famiglia e la struttura sanitaria sulla gestione terapeutica del paziente.
Il regime di vita all'interno della clinica descritto dalla sorella appare poi particolarmente restrittivo. A Davide era concesso di fare solo 15 minuti di sport al giorno e frequentare un corso di cucina una volta a settimana. "Per il resto lo facevano parlare della malattia e lui non ne poteva più", ha denunciato Alessia, lasciando intendere che l'approccio terapeutico focalizzato esclusivamente sulla patologia potesse aver peggiorato lo stato psicologico del fratello anziché migliorarlo.
Davide Lionello aveva seguito le orme del celebre padre nel mondo del doppiaggio, prestando la voce a personaggi amati dal pubblico italiano. Aveva lavorato su "Holly e Benji", il mitico cartone animato calcistico che ha segnato l'infanzia di un'intera generazione, e sul cult movie anni Ottanta "I Goonies". Una carriera nel dietro le quinte dell'entertainment che aveva portato avanti con passione, prima che i problemi psichiatrici lo costringessero al ricovero prolungato.
Le indagini dovranno ora fare chiarezza su diversi aspetti cruciali: quale tipo di permesso fosse stato concesso a Davide per quella fatale uscita, perché nessuno lo accompagnasse, se vi fossero state valutazioni recenti del suo stato mentale che sconsigliassero di lasciarlo solo, e come mai la struttura si sia accorta della sua assenza solo dopo ore. Domande legittime che una famiglia distrutta dal dolore chiede vengano chiarite, nella speranza che questa tragedia possa almeno servire a migliorare i protocolli di sicurezza per altri pazienti fragili.
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