Il mondo dello streaming musicale trema di fronte a un'accusa esplosiva: Spotify avrebbe chiuso un occhio su miliardi di riproduzioni fraudolente, permettendo che bot e account falsi gonfiassero artificialmente i numeri di alcuni artisti a scapito di migliaia di altri musicisti. A lanciare la bomba è una class action depositata domenica scorsa da RBX, rapper americano noto per le sue collaborazioni con Dr. Dre in "The Chronic" e con Snoop Dogg in "Doggystyle" negli anni '90. E il caso preso a emblema di questo sistema truccato? Nientemeno che Drake, l'artista più ascoltato nella storia della piattaforma con i suoi 120 miliardi di stream raggiunti lo scorso settembre.
Secondo la denuncia, circa 37 miliardi degli stream di Drake registrati tra gennaio 2022 e settembre 2025 sarebbero sospetti, frutto di quella che appare come "un'estesa rete di account bot" che Spotify avrebbe ragionevolmente dovuto individuare. RBX e il suo team legale guidato dall'avvocato Mark Pifko dello studio Baron & Budd hanno analizzato pattern di ascolto anomali: mentre normalmente le canzoni degli artisti registrano un picco iniziale seguito da un calo fisiologico, alcuni brani di Drake mostrerebbero impennate irregolari e inspiegabili a distanza di mesi o addirittura anni dalla pubblicazione, senza alcuna ragione apparente se non la manipolazione fraudolenta.
I dettagli tecnici sono inquietanti. Account individuali che ascoltano esclusivamente Drake per 23 ore al giorno. Centinaia di milioni di stream provenienti da zone geografiche prive di abitazioni. Utenti che, secondo i dati di geolocalizzazione, si sposterebbero di oltre 500 chilometri tra una canzone e l'altra riprodotte a pochi secondi di distanza, come se viaggiassero istantaneamente da New York a Pittsburgh. Durante un periodo di quattro giorni nel 2024, almeno 250.000 riproduzioni della canzone "No Face" sarebbero partite dalla Turchia ma falsamente mappate nel Regno Unito attraverso l'uso coordinato di VPN.
Il meccanismo economico dietro questa presunta truffa è semplice quanto devastante. Spotify distribuisce i compensi agli artisti attingendo da un pool di denaro limitato, ripartito in base alla quota proporzionale di stream di ciascun brano in un determinato periodo. Se un artista gonfia artificialmente i propri numeri, sottrae automaticamente guadagni a tutti gli altri. Nel caso specifico degli stream fraudolenti attribuiti a Drake, le perdite stimate per gli altri artisti ammonterebbero a "centinaia di milioni di dollari", con danni effettivi probabilmente molto superiori che saranno determinati in tribunale.
"Non tutti nel business musicale sono nomi da prima pagina come Taylor Swift", ha dichiarato Pifko in una nota fornita ad Ars Technica. "Ci sono migliaia di songwriter, performer e produttori che guadagnano dalle piattaforme di streaming di cui non avete mai sentito parlare. Queste persone sono la spina dorsale dell'industria musicale e questo caso riguarda loro." La class action potrebbe coinvolgere oltre 100.000 titolari di diritti che hanno ricevuto royalty dalla piattaforma dal gennaio 2018 a oggi, un numero destinato potenzialmente ad ampliarsi durante la fase di discovery.
Ma perché Spotify avrebbe interesse a ignorare questo fenomeno? Secondo RBX, la risposta sta nei numeri che la piattaforma presenta agli investitori e agli inserzionisti pubblicitari. Più stream equivalgono a più utenti mensili attivi, una metrica cruciale che determina quanto Spotify può chiedere per gli spazi pubblicitari. Rimuovere miliardi di stream fraudolenti significherebbe ammettere numeri gonfiati e perdere significativi introiti pubblicitari. La denuncia accusa direttamente Spotify di schierare "misure insufficienti" per contrastare la frode, permettendo che dilaghi indisturbata.
Particolarmente vulnerabile sarebbe la pratica di Spotify di permettere registrazioni gratuite senza carta di credito per gli account supportati da pubblicità, una porta spalancata per i cosiddetti "Bot Vendors" che creano profili progettati per mimare il comportamento umano. Questi venditori di bot utilizzano VPN per mascherare la vera origine degli stream, ma con una "ragionevole diligenza" Spotify potrebbe identificarli, specialmente quando le riproduzioni provengono da aree la cui popolazione non potrebbe supportare volumi così elevati, sostiene la causa.
La difesa di Spotify è arrivata puntuale attraverso un portavoce che ha parlato con Rolling Stone, negando categoricamente di trarre profitto da stream falsi: "Spotify non beneficia in alcun modo dalla sfida a livello industriale dello streaming artificiale. Investiamo pesantemente in sistemi sempre più avanzati per combatterlo e salvaguardare i pagamenti agli artisti con forti protezioni come la rimozione di stream falsi, il trattenimento delle royalty e l'applicazione di penalità". La piattaforma ha anche sottolineato di essere più efficace dei concorrenti nel limitare l'impatto dello streaming artificiale, citando un caso del 2023 in cui un truffatore condannato per aver rubato 10 milioni di dollari da varie piattaforme aveva sottratto solo 60.000 dollari da Spotify.
La questione assume contorni ancora più complessi se si considera che Spotify ha pubblicamente ammesso agli investitori che, nonostante gli sforzi, gli stream artificiali "possono contribuire, di tanto in tanto, a una sovrastima" del numero di utenti mensili medi riportati. In un documento FAQ, la piattaforma ha promesso di prendere sul serio lo streaming artificiale "a ogni livello", impegnandosi a trattenere royalty, correggere i numeri pubblici e potenzialmente rimuovere tracce, indipendentemente dalla fama dell'artista coinvolto. Anche le etichette e i distributori possono essere colpiti da penalità.
Il successo della causa di RBX dipenderà pesantemente dalla qualità e dall'origine delle prove raccolte. Al momento, il team legale ha dichiarato al tribunale che le affermazioni si basano su "informazione e convinzione" e che la fase di discovery rivelerà "informazioni voluminose" a supporto. Questo approccio ricorda pericolosamente il destino di un'altra causa legata a Drake: lo scorso mese, una denuncia presentata dal rapper canadese contro l'etichetta di Kendrick Lamar è stata respinta perché il giudice ha ritenuto insufficienti le prove basate su commenti online e report che suggerivano che il manager di Lamar avesse pagato una rete di bot per "lanciare" gli stream di "Not Like Us".
La vicenda mette in discussione anche l'efficacia della Music Fights Fraud Alliance (MFFA), una coalizione industriale formata nel 2023 proprio per combattere le frodi nello streaming, di cui Spotify è membro insieme ad Amazon, CD Baby, SoundCloud e Meta. Il direttore esecutivo Michael Lewan, entrato in carica solo a febbraio di quest'anno, ha ammesso ad Ars Technica che "l'MFFA è ancora relativamente nascente e in crescita", non essendo stata formalmente incorporata fino al suo arrivo. Pur non potendo rivelare troppi dettagli sulle iniziative in corso, Lewan ha confermato che sono stati lanciati diversi programmi per "migliorare coordinamento e comunicazione tra le aziende membri" nella condivisione di dati per identificare attività sospette, oltre a sforzi di sensibilizzazione su come riconoscere e mitigare le attività fraudolente.
Al di là del caso specifico di Drake, la denuncia di RBX dipinge un quadro inquietante di un sistema dove la frode non è l'eccezione ma una prassi tollerata. "Il problema va oltre Drake", sostiene la causa, affermando che Spotify ignora "miliardi di stream fraudolenti" ogni mese. Se le accuse fossero confermate, si tratterebbe di uno scandalo che scuoterebbe le fondamenta dell'intera industria musicale digitale, ridefinendo il rapporto di fiducia tra piattaforme, artisti e ascoltatori in un'era dove gli algoritmi e i numeri determinano successi e fallimenti. La battaglia legale che si prospetta potrebbe durare anni, ma ha già sollevato interrogativi fondamentali sulla trasparenza e l'equità nel sistema di distribuzione musicale contemporaneo.
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