Un ex camionista ottantenne di origini venete è finito al centro di un'inchiesta agghiacciante che sembra uscita da un thriller bellico, ma che purtroppo affonda le radici nella drammatica realtà della guerra dei Balcani degli anni Novanta. Giuseppe Vegnaduzzo è stato convocato dalla Procura di Milano per rispondere di accuse che gelano il sangue: omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, l'uomo avrebbe fatto parte dei famigerati "cecchini del weekend", mercenari che pagavano per poter sparare su civili inermi durante l'assedio di Sarajevo tra il 1992 e il 1995.
L'inchiesta, coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis con il supporto investigativo del Ros dei Carabinieri, si basa su testimonianze raccolte tra i sopravvissuti dell'assedio che durò quasi quattro anni. Le accuse riguardano l'uccisione di civili completamente indifesi: bambini, donne e anziani che tentavano semplicemente di sopravvivere in una città strangolata dalle forze serbo-bosniache. Una pratica disumana che vedeva alcuni individui pagare per il "privilegio" di sparare su esseri umani come in un macabro safari.
Vegnaduzzo, descritto dalle cronache locali come nostalgico del fascismo e simpatizzante di estrema destra, ha dichiarato ai giornali della sua zona di voler collaborare con gli inquirenti per respingere completamente le accuse. La sua versione dei fatti? Sì, in Bosnia ci andava, ma esclusivamente per lavoro. L'ottantenne sostiene inoltre che alcune sue affermazioni, probabilmente fatte in contesti informali, sarebbero state ingigantite dai testimoni che ora lo accusano.
L'interrogatorio presso la Procura meneghina rappresenta un momento cruciale per fare chiarezza su una delle pagine più oscure del recente conflitto europeo. L'assedio di Sarajevo rimane nella memoria collettiva come uno degli episodi più brutali delle guerre jugoslave, con oltre 11.000 vittime civili documentate, di cui più di 1.500 bambini. La capitale bosniaca venne circondata dalle forze serbo-bosniache per 1.425 giorni, subendo bombardamenti quotidiani e attacchi da parte di cecchini appostati sulle colline circostanti.
Ma Vegnaduzzo potrebbe non essere l'unico nome coinvolto in questa indagine. Gli investigatori stanno infatti vagliando diversi altri nominativi emersi sempre attraverso testimonianze e segnalazioni. Si tratterebbe di altri italiani che avrebbero partecipato a queste spedizioni della morte, pagando per poter imbracciare un fucile di precisione e trasformare esseri umani in bersagli. Un fenomeno che all'epoca venne denunciato da alcuni giornalisti e organizzazioni internazionali, ma che solo ora trova un percorso giudiziario concreto grazie al coraggio dei testimoni.
L'inchiesta milanese si inserisce in un più ampio processo di giustizia storica per i crimini commessi durante le guerre jugoslave, conflitti che insanguinarono i Balcani tra il 1991 e il 2001. Mentre il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia ha condannato numerosi responsabili di alto profilo, molti esecutori materiali e mercenari stranieri sono rimasti nell'ombra per decenni. Ora, a quasi trent'anni dalla fine dell'assedio di Sarajevo, la giustizia italiana tenta di fare luce su queste oscure presenze tricolori in una delle più atroci guerre sul suolo europeo del dopoguerra.
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