Una vicenda che scuote profondamente le istituzioni italiane: Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato, si trova attualmente in carcere con l'accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, il giovane di 28 anni ucciso il 26 gennaio nel bosco di Rogoredo, a Milano. Al centro delle polemiche, nelle ultime ore, non c'è solo la dinamica del delitto ma il comportamento dell'agente dopo i fatti: si è scusato con i colleghi in divisa, ma non ha mai rivolto una sola parola di condoglianze alla famiglia della vittima. Una scelta che ha scatenato la dura reazione dei legali dei Mansouri.
A farsi portavoce dell'indignazione dei familiari è l'avvocata Debora Piazza, che non usa mezzi termini: "Ha avuto la bella faccia tosta di chiedere scusa alla Polizia di Stato, di dire che è un traditore e di chiedere perdono a tutti i colleghi, ma non si è mai degnato di rivolgere una parola ai familiari di Abderrahim Mansouri." Secondo la legale, questo atteggiamento è rivelatore: "Dice molto sulla sua personalità, la dice veramente lunga."
Durante l'interrogatorio, durato circa due ore e condotto dal giudice Domenico Santoro e dal procuratore Marcello Viola, Cinturrino — assistito dall'avvocato Piero Porciani — ha tentato di rilanciare la linea della legittima difesa. Ha dichiarato di aver "perso la testa" nel momento in cui si è reso conto che Mansouri stava morendo, e di aver premuto il grilletto della pistola di ordinanza spinto dalla "paura", convinto che il giovane pusher avesse in mano un revolver. Ha spiegato di essersi spaventato dopo aver visto la vittima abbassarsi e rialzarsi bruscamente.
Tuttavia, la messinscena successiva all'omicidio è difficile da negare: le analisi genetiche hanno rilevato le tracce di Cinturrino sulla pistola finta rinvenuta accanto al corpo di Mansouri. Sarebbe stato lui stesso a collocare la falsa arma, dopo aver ordinato a un collega di recarsi in ufficio a recuperare una borsa — senza chiarire, almeno ufficialmente, se quel collega fosse a conoscenza del contenuto. Diversi agenti presenti sulla scena hanno riferito di aver visto Cinturrino spostare il corpo della vittima e posizionarvi vicino un "oggetto nero".
Il quadro che emerge dagli atti giudiziari è quello di un poliziotto con un modus operandi ben consolidato nel boschetto di Rogoredo, noto punto di spaccio milanese. Uno degli agenti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, sentito a verbale il 19 febbraio, ha confermato le "richieste di soldi e droga" che Cinturrino rivolgeva abitualmente a spacciatori e tossicodipendenti. Ha descritto il collega come violento e "poco raccomandabile", capace di colpire con accanimento persino un disabile che frequentava il parco, oltre a estorcergli denaro e sostanze stupefacenti.
Sul fronte delle accuse legate all'uso di un martello — strumento che diversi testimoni avrebbero visto in mano a Cinturrino durante le sue "ronde" nel boschetto — il suo avvocato ha fornito una spiegazione alternativa: si trattava di un semplice martelletto da muratore, usato "per dissotterrare la droga che i pusher nascondono nel terreno". Il legale ha poi aggiunto, quasi a stemperare i toni: "Qualche volta aveva anche una paletta." Intanto, Cinturrino ha categoricamente negato di aver mai intascato un centesimo da attività illecite.
Il processo si preannuncia come uno dei più delicati e seguiti nel panorama giudiziario italiano degli ultimi mesi, con implicazioni che vanno ben oltre il singolo episodio: al centro del dibattito c'è la fiducia nelle forze dell'ordine, il controllo interno sui comportamenti devianti e la tutela delle vittime più vulnerabili. La famiglia Mansouri, sostenuta dalla legale Piazza, continua a chiedere giustizia per Abderrahim — e, prima di tutto, quelle parole di scusa che nessuno ha ancora pronunciato.
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