Il caso Garlasco torna prepotentemente sotto i riflettori con nuovi interrogativi che scuotono una delle vicende giudiziarie più discusse della cronaca nera italiana. Al centro dell'attenzione c'è ora un nome rimasto per anni nell'ombra: Marco Panzarasa, storico amico di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per l'omicidio di Chiara Poggi. Una intercettazione telefonica risalente all'8 ottobre 2007, riportata alla luce dalla scrittrice e astrofisica Maria Conversano attraverso il suo canale YouTube, getta nuova benzina sul fuoco di un'indagine che continua a dividere l'opinione pubblica. In quella conversazione tra Rita Preda, madre della vittima, e l'avvocato Gian Luigi Tizzoni, emerge un particolare inquietante: un biglietto anonimo trovato al cimitero con una accusa esplicita.
La vicenda del messaggio misterioso presenta contorni da thriller. Rita Preda aveva scoperto un foglio a quadretti, scritto in stampatello, "infilato nella porta della cappella" del cimitero di Garlasco. Il contenuto era lapidario e agghiacciante: "A uccidere è stato Marco". Nessun cognome, solo un nome di battesimo che però aveva immediatamente fatto scattare un'associazione nella mente dell'avvocato Tizzoni. "Sarebbe Panzarasa?", aveva chiesto il legale durante quella telefonata intercettata. La madre di Chiara aveva però precisato che nel biglietto non compariva alcun cognome, lasciando aperto un interrogativo che ancora oggi resta senza risposta definitiva: chi era davvero quel "Marco" e soprattutto chi aveva lasciato quel messaggio?
Marco Panzarasa all'epoca dei fatti aveva 24 anni e abitava a poca distanza dalla villetta di via Pascoli 8, teatro del brutale omicidio della giovane 26enne. Il suo legame con Alberto Stasi era noto: i due erano amici stretti e Panzarasa aveva accompagnato Stasi anche in un viaggio a Londra. Ma il giorno del delitto, il 13 agosto 2007, l'amico di Stasi aveva un alibi apparentemente solido: il suo cellulare aveva agganciato la cella di Loano, in Liguria, come documentato da un articolo de La Stampa pubblicato il 31 agosto dello stesso anno. I biglietti del treno e le testimonianze lo collocavano lontano dalla scena del crimine.
Il nome di Panzarasa è tornato prepotentemente d'attualità il 16 maggio 2025, quando il giudice per le indagini preliminari ha disposto il prelievo del suo DNA. L'ipotesi investigativa si basa su un elemento tecnico: dato che il computer di Stasi veniva frequentemente utilizzato da Chiara Poggi, è possibile che anche Panzarasa ne facesse uso, potendo così aver lasciato tracce biologiche rilevanti per le indagini. Panzarasa era ripartito per Garlasco nel pomeriggio del giorno del delitto, dopo essere stato avvisato dell'accaduto da Stefania Cappa, cugina della vittima. Quella stessa sera fu sentito dai carabinieri, che lo convocarono poi altre quattro volte, acquisendo tutta la documentazione che lo collocava in Liguria al momento dell'omicidio.
L'intercettazione pubblicata da Maria Conversano rivela anche lo stato d'animo di Rita Preda in quei giorni concitati. La donna aveva consegnato il biglietto anonimo "al capitano", presumibilmente Cassese, uno degli inquirenti che seguivano il caso. Alberto Stasi era già stato arrestato e incarcerato da quattro giorni quando quel messaggio apparve al cimitero. Le parole della madre di Chiara risuonano profetiche e cariche di angoscia: "Se non ci sono impronte di estranei, comunque vada, si fa veramente dura per Stasi dimostrare che non è lui". Un commento che testimonia quanto la posizione dell'allora fidanzato della vittima fosse già compromessa agli occhi degli investigatori e dell'opinione pubblica.
Il mistero dell'identità del messaggero anonimo resta ancora oggi irrisolto. Chi aveva lasciato quel biglietto e perché? Si trattava di qualcuno con informazioni concrete sull'omicidio o semplicemente di una persona che voleva depistare le indagini? E soprattutto, quel "Marco" era davvero Marco Panzarasa o il messaggio si riferiva a qualcun altro? Questi interrogativi continuano ad alimentare dibattiti e teorie tra chi segue da anni il caso Garlasco, una vicenda che ha segnato profondamente la cronaca giudiziaria italiana e che, nonostante la condanna definitiva di Alberto Stasi, continua a generare dubbi e richieste di revisione del processo. La decisione del GIP di disporre il prelievo del DNA di Panzarasa dimostra che, anche a distanza di quasi vent'anni dai fatti, gli inquirenti ritengono necessario approfondire ogni possibile pista investigativa rimasta aperta.
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