Giorgio Daidola non è il solsolito professore pensionato che si gode la meritata tranquillità. A quasi novant'anni (anche se preferisce contare gli 80 anni trascorsi sugli sci dal lontano 1946), questo docente di Analisi economico-finanziaria delle imprese turistiche all'Università di Trento è diventato una delle voci più scomode e controcorrente del panorama alpino italiano. Vive nella Valle dei Mocheni, un angolo remoto della Valsugana dove si parla ancora una lingua germanica medievale, e da lì lancia le sue invettive contro quello che considera il tradimento della montagna: le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, che definisce senza mezzi termini "artificiali".
Le sue posizioni lo rendono inviso a entrambi gli schieramenti della guerra culturale che divide gli appassionati di montagna. I movimenti ambientalisti lo guardano con sospetto perché ama sciare nelle foreste rade e pulite "come si faceva una volta" e soprattutto perché considera un errore grave la proliferazione di orsi e lupi sulle Alpi. Dall'altra parte, la massa degli sciatori tradizionali non lo capisce: "Loro voglono solo scendere velocemente su piste perfette con neve artificiale, pensano di essere bravi solo perché vanno forte o prudenti solo perché indossano il casco. Io cerco di sentire il pendio, di sciarlo davvero", spiega con una punta di malcelato disprezzo per lo sci di massa che ha reso irriconoscibili i meravigliosi prati dove imparò a sciare sopra Sauze d'Oulx.
La sua crociata contro i Giochi Olimpici invernali 2026 parte da una premessa radicale: questi eventi rappresentano l'espressione di un mondo che crede in uno sviluppo senza fine e in una "mostruosa colonizzazione della montagna". Artificiali come la neve, come il ghiaccio, come le discese su cui si svolgono le gare, ma anche come l'entusiasmo per un futuro in cui si pensa che la tecnologia possa risolvere qualsiasi problema. Per Daidola, le Dolomiti non possono e non devono essere omologate al modo di vivere delle grandi metropoli di pianura.
La sua proposta alternativa per i Giochi sarebbe stata rivoluzionaria: investire tutti quei quattrini non nell'asfaltare ulteriormente le Dolomiti, ma nel costruire o ripristinare ferrovie di montagna che collegassero le varie aree olimpiche e si integrassero nella rete svizzera e austriaca. Un progetto che avrebbe risolto i problemi di traffico e inquinamento ormai intollerabili e che avrebbe dimostrato una volontà autentica di raggiungere obiettivi di vera sostenibilità. Non quella "falsa" che viene insegnata nelle università e applicata dagli esperti che quelle stesse università formano, quella che cerca di rendere meno impattanti progetti intrinsecamente insostenibili.
Il professor Daidola non si fa illusioni sul futuro: prevede che lo sci diventerà un prodotto di lusso per stranieri ricchi, smarrendo totalmente i suoi significati più profondi. Le grandi stazioni in quota assomiglieranno sempre più a lunapark, simili agli skidome metropolitani dove si scia indoor, tutto appiattito secondo la logica economica del breve termine. "La montagna all'interno dei grandi comprensori è ormai persa, irrecuperabile", ammette con rassegnazione, pur riconoscendo che nessuno potrebbe cancellare un'economia su cui si basa la vita di milioni di persone.
Ma l'ottimismo della volontà lo spinge a indicare modelli alternativi. Il suo esempio preferito è La Grave, nella Provenza settentrionale: una mecca del freeride riconosciuta internazionalmente che ha resistito ai tentativi di collegarla con il mega-resort di Les Deux Alpes, con un solo impianto che sale fino al ghiacciaio. Oppure i piccoli comprensori giapponesi o delle Alpi Marittime francesi, con pochissimi impianti, piste naturali non sbangate, non necessariamente battute, dove si scia solo quando c'è neve vera. Un'alternativa che ammette essere "rivoluzionaria, destabilizzante, contraria ai modelli consumistici" attuali, ma che in futuro potrebbe diventare accettabile per qualcuno.
Nel frattempo, questo eterno vagabondo sugli sci continua a presentare i suoi libri in giro per l'Italia, suscitando polemiche a conferenze e sui giornali locali, definendosi "in eterna fuga e alla ricerca del bello". Una ricerca che lo porta ancora ogni inverno a esplorare tutto l'arco alpino, preferibilmente in fuoripista, libero da piste omologate e neve artificiale, testimone di un modo di vivere la montagna che forse sta scomparendo ma che lui rifiuta ostinatamente di abbandonare.
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