Il caso di Garlasco torna al centro del dibattito pubblico con una prospettiva inedita e potenzialmente esplosiva. Stefano Vitelli, il giudice che in primo grado assolse Alberto Stasi dall'accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi, ha deciso di rompere il silenzio pubblicando un libro-manifesto intitolato Il ragionevole dubbio di Garlasco, scritto insieme al giornalista de La Stampa Giuseppe Legato. Un volume che promette di riaccendere le polemiche su uno dei delitti più mediatici della cronaca nera italiana, quello che trasformò il giovane studente nel famigerato "biondino dagli occhi di ghiaccio" prima ancora che la giustizia facesse il suo corso.
Nell'intervista rilasciata a La Repubblica per presentare il volume, Vitelli ha difeso con forza la sua decisione di assolvere Stasi, spiegando di aver adottato all'epoca un "approccio socratico" che lo portò a mettere in discussione ogni singolo indizio. Il magistrato racconta di essersi confrontato solo con poche persone fidate, tra cui la madre e alcuni amici, che gli consigliarono "umiltà e prudenza nel giudizio", le stesse virtù che recentemente il presidente Mattarella ha raccomandato ai giovani magistrati. Una scelta controcorrente in un'epoca in cui la pressione mediatica aveva già emesso il suo verdetto di colpevolezza.
La metafora utilizzata da Vitelli per spiegare la fragilità delle prove è particolarmente efficace: "Un insieme di piccoli ramoscelli non può reggere il peso di un vaso di fiori". Il giudice ha fatto eseguire diverse perizie durante il processo, ma l'acqua, come lui stesso ammette, "rimase limacciosa" senza permettergli di vedere chiaramente il fondale. Da qui la decisione di assolvere Stasi, non per "rabbia per una sconfitta investigativa", ma per l'impossibilità di superare quello che definisce un paradigma del ragionevole dubbio.
Il cuore della riflessione di Vitelli riguarda il rapporto pericoloso tra giustizia e media. Il magistrato non esita a denunciare come nel processo mediatico l'indagato diventa presunto colpevole, invertendo il principio costituzionale dell'innocenza fino a prova contraria. Il caso del "biondino dagli occhi di ghiaccio" diventa così un monito per le nuove generazioni: fermarsi e riflettere prima di emettere sentenze sommarie basate su titoli sensazionalistici e immagini costruite ad arte.
Nell'estratto del libro pubblicato su La Stampa, gli autori affrontano la domanda cruciale: cosa ci insegna il delitto di Garlasco? La risposta è un'analisi puntuale di come ogni indizio possa essere letto in modo opposto. La telefonata apparentemente fredda di Stasi dopo la scoperta del corpo, le tracce mancanti del suo passaggio in casa, l'impronta sul dispenser, persino la visione di materiale pornografico: tutti elementi che hanno contribuito a costruire l'impianto accusatorio ma che, sottoposti a un'analisi rigorosa e non pregiudiziale, possono raccontare una storia diversa.
Il volume sostiene che non sia pura fantasia pensare che quella mattina del 13 agosto sia entrata nell'abitazione di Chiara Poggi una persona diversa dal fidanzato. Una tesi che rimane controversa, considerando che Stasi è stato poi condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione dalla Cassazione, sentenza che ha ribaltato l'assoluzione di primo grado e la conferma in appello.
Vitelli però rivendica il valore del dubbio ragionevole non come una sconfitta ma come "un valore positivo per tutti". Nel libro si legge che se il dubbio finale è il risultato di dubbi seri, articolati e competenti, allora rappresenta una conquista della giustizia, non una sua debolezza. Il magistrato conclude affermando che Garlasco resta per lui il paradigma di questo principio, tanto da sostenerlo ancora oggi, pur consapevole che l'ordinamento prevede la revisione del giudicato.
La pubblicazione del libro arriva in un momento in cui il caso continua a presentare zone d'ombra irrisolte, a partire dall'arma del delitto mai ritrovata. Con questa operazione editoriale, Vitelli rilancia implicitamente la possibilità di una revisione processuale, basandosi proprio su quel dubbio ragionevole che, secondo la sua interpretazione, non è mai stato fugato completamente. Una posizione destinata a dividere l'opinione pubblica tra chi vede in Stasi un innocente vittima di un errore giudiziario e chi considera la condanna definitiva l'unica verità possibile per rendere giustizia a Chiara Poggi.
Iscriviti al nostro canale Telegram e rimani aggiornato!