La notte dei Grammy 2025 si è trasformata in un potente atto di resistenza culturale, con Bad Bunny che ha scatenato l'ovazione più lunga e fragorosa della serata gridando "ICE out" dal palco del Crypto.com Arena di Los Angeles. La superstar portoricana, tra gli artisti latino più influenti del panorama globale, ha trasformato il suo momento di trionfo in un'accorata difesa della comunità ispanica americana, attaccata dalle recenti politiche migratorie dell'amministrazione Trump. "Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani", ha tuonato Bad Bunny davanti a una platea che lo ha acclamato in piedi, aggiungendo un messaggio di unità che ha definito il tono dell'intera serata: "L'odio diventa più forte con altro odio. L'unica cosa più potente dell'odio è l'amore".
Il discorso dell'artista portoricano non è stato un episodio isolato, ma ha dato il via a una serata in cui la musica e la politica si sono intrecciate con una forza raramente vista ai Grammy. Olivia Dean, vincitrice del premio come Miglior artista esordiente, ha rivendicato con orgoglio le sue radici, presentandosi come "il frutto del coraggio" e celebrando sua nonna immigrata. La cantautrice britannica, figlia di madre giamaicano-guyanese e padre inglese, ha lanciato una replica diretta al clima anti-immigrati che sta pervadendo gli Stati Uniti: "Sono qui su questo palco come nipote di un'immigrata. Senza gli altri non siamo nulla".
Sul red carpet, prima della cerimonia, diverse celebrità hanno trasformato i loro look in dichiarazioni politiche. Audrey Nuna, protagonista della serie Kpop Demon Hunters, ha scelto di indossare haute couture di Thom Browne per onorare la storia della sua famiglia: "La nostra storia di sopravvivenza ruota attorno alla manifattura dell'abbigliamento. Thom Browne è stato il primo marchio per cui mio nonno ha evaso degli ordini", ha raccontato ai microfoni di E!. Ancora più significativa la presenza massiccia delle spille "ICE OUT", indossate da star del calibro di Justin e Hailey Bieber, Billie Eilish e Kehlani, in aperta protesta contro l'agenzia federale per l'immigrazione diventata simbolo del giro di vite voluto da Trump.
Particolarmente significativa la scelta di Hailey Bieber di sfidare pubblicamente le posizioni politiche del padre Stephen Baldwin, noto sostenitore dell'ex presidente. Justin Vernon dei Bon Iver, candidati come miglior album di musica alternativa, ha invece appuntato al bavero un fischietto in omaggio ai "legal observers" che a Minneapolis e in altre città stanno monitorando le operazioni dell'ICE. "Noi vogliamo solo render loro omaggio", ha dichiarato all'Associated Press, sottolineando come la musica debba servire a "guarire e unire le persone".
Le proteste della serata si inseriscono nel contesto delle recenti uccisioni da parte dell'ICE di Renee Good e Alex Pretti, episodi che hanno scatenato indignazione bipartisan a Washington e acceso il dibattito nazionale sulle politiche migratorie. Il conduttore Trevor Noah ha mantenuto un tono più leggero nel suo monologo, ma non ha risparmiato stoccate, in particolare a Nicki Minaj, assente dalla cerimonia dopo la sua controversa vicinanza a Trump. "Nicki Minaj non è qui. È ancora alla Casa Bianca con Donald Trump a discutere questioni importantissime", ha scherzato Noah, scatenando fragorosi applausi che hanno rivelato quanto sia crollato il consenso dell'artista nell'industria musicale da quando ha abbracciato l'ex presidente.
La rapper, che ha ammesso di essere immigrata illegalmente negli Stati Uniti da bambina, ha sfoggiato questa settimana una delle controverse "gold card" di Trump, visti di cittadinanza dal costo di 1 milione di dollari, sostenendo di averla ricevuta gratuitamente dopo una comparsata congiunta con il tycoon. La scelta ha alimentato le accuse di chi sostiene che Minaj si sia avvicinata al presidente per ragioni strettamente personali legate al suo status migratorio.
Mentre l'industria musicale si schierava compatta contro le politiche dell'amministrazione, Trump rispondeva su Truth Social con un annuncio destinato a far discutere: la chiusura per due anni del Kennedy Center di Washington a partire da luglio, ufficialmente per lavori di ristrutturazione. Il prestigioso centro per le arti performative attraversa una fase turbolenta sotto la sua presidenza, con crollo delle vendite dei biglietti e ritiro di artisti di primo piano, alimentando sospetti che la chiusura possa avere motivazioni che vanno oltre la semplice manutenzione.
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