Il match che fece paura a Wimbledon

Il 24 giugno 2010, a Wimbledon, lo statunitense John Isner batté il francese Nicolas Mahut nel match più lungo della storia del tennis professionistico: 11 ore e 5 minuti, tre giorni, 183 game, quinto

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Autore: Redazione ,
Attualità
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Il 24 giugno 2010, a Wimbledon, lo statunitense John Isner batté il francese Nicolas Mahut nel match più lungo della storia del tennis professionistico: 11 ore e 5 minuti, tre giorni, 183 game, quinto set chiuso 70-68.

Che cosa successe davvero a Wimbledon nel 2010?

John Isner e Nicolas Mahut giocarono un primo turno del singolare maschile dei Wimbledon Championships 2010 dal 22 al 24 giugno 2010 sul Campo 18 dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club.

Il punteggio finale fu 6-4, 3-6, 6-7, 7-6, 70-68 per Isner. Il quinto set durò 8 ore e 11 minuti, da solo più lungo del precedente record assoluto di durata per una partita di tennis.

Il match fu sospeso due volte per mancanza di luce naturale. L’arbitro di sedia era Mohamed Lahyani, costretto a gestire una partita che superava ogni metrica prevista dal regolamento e dal calendario.

Perché Isner-Mahut diventò più di un record?

Isner-Mahut diventò un caso culturale perché rese visibile il conflitto tra resistenza atletica, spettacolo televisivo e tutela dei giocatori. Il tennis celebrò l’impresa, ma vide anche il limite fisico del proprio formato.

I numeri fissarono il mito: 183 game, 980 punti, 216 ace complessivi, con Isner a quota 113 e Mahut a quota 103. Mahut vinse più punti totali, 502 contro 478, ma perse l’incontro.

Il paradosso fu immediato: il perdente uscì dal campo come coautore dell’impresa, il vincitore come sopravvissuto. Ancora oggi, quella partita è ricordata come il punto in cui la grandezza sportiva iniziò a somigliare a un problema organizzativo.

Cosa è cambiato da allora nel tennis?

Dal 2010 a oggi il tennis ha ridotto lo spazio per le maratone infinite. A Wimbledon, fino al 2018, il set decisivo proseguiva finché un giocatore non otteneva due game di vantaggio.

Nel 2018, la semifinale maschile tra Kevin Anderson e John Isner durò 6 ore e 36 minuti e finì 26-24 al quinto set. Secondo il Guardian, quella partita spinse l’All England Club a introdurre dal 2019 un tie-break sul 12-12 nel set decisivo.

Nel 2022, i tornei del Grande Slam uniformarono la regola: sul 6-6 nel set decisivo si gioca un tie-break a 10 punti, da vincere con due punti di margine. Questa soluzione è indicata nei materiali ufficiali di Wimbledon e US Open come risposta alla necessità di coerenza tra Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open.

La conseguenza è netta: nel tennis Slam contemporaneo, una coda come il 70-68 tra Isner e Mahut non può più ripetersi con le stesse regole. Il record resta quindi un reperto vivo di un’epoca appena chiusa.

Cosa sarebbe successo se Wimbledon avesse scelto la maratona come futuro?

Il 2011 si apre con il Campo 18 trasformato in un santuario: code all’alba, biglietti rivenduti come reliquie, telecamere puntate sulle borracce. Ogni quinto set lungo diventa una promessa commerciale, e Wimbledon capisce che l’attesa può valere quanto il punto.

Le televisioni cambiano palinsesto. Nasce la fascia delle partite senza fine, con grafici biometrici, dati sul battito cardiaco e cronisti specializzati in cedimenti muscolari. Il pubblico non cerca più solo il vincitore: aspetta il momento in cui il corpo comincia a negoziare con il regolamento.

Gli sponsor entrano nel lessico della fatica. Bevande isotoniche, sensori indossabili e materassi da recupero diventano protagonisti del circuito. Le accademie non allenano più solo il servizio o la risposta: aprono reparti di sopravvivenza competitiva, con sedute notturne e simulazioni di quinto set oltre il 40-40.

Nel 2018, invece di correggere la rotta dopo Anderson-Isner, Wimbledon lancia la Endurance Week. I tabelloni vengono disegnati per evitare sovrapposizioni, le arene montano luci permanenti, i raccattapalle lavorano a turni come squadre di pronto intervento.

La cultura pop assorbe il nuovo rito. Serie TV, videogiochi e documentari raccontano il tennis come prova estrema, più vicino all’esplorazione polare che allo sport da club. I giocatori con servizio dominante diventano celebrità globali, temute dai colleghi perché capaci di sequestrare un intero calendario.

Poi arriva l’effetto politico. I sindacati degli atleti chiedono limiti obbligatori, i tornei minori copiano il modello per vendere diritti streaming, le federazioni discutono se la fatica programmata sia competizione o sfruttamento. Il tennis diventa il primo sport a dover regolamentare non la violenza, ma la durata.

In quel mondo, Isner-Mahut non sarebbe il fossile di una regola superata: sarebbe il manifesto di un tennis estremo, costruito per spingere giocatori e pubblico oltre la soglia del ragionevole. Nella realtà, invece, il tennis ha scelto la direzione opposta: dal 2022, il tie-break a 10 punti nei set decisivi degli Slam ha chiuso la porta al ritorno del 70-68.

Quanto durò Isner-Mahut?

Isner-Mahut durò 11 ore e 5 minuti di gioco effettivo, distribuite su tre giorni: 22, 23 e 24 giugno 2010. È ancora oggi il match più lungo nella storia del tennis professionistico.

Quale fu il punteggio finale di Isner-Mahut?

John Isner batté Nicolas Mahut con il punteggio di 6-4, 3-6, 6-7, 7-6, 70-68. Il quinto set da 138 game resta il simbolo della partita.

Perché oggi una partita così non può ripetersi a Wimbledon?

A Wimbledon oggi il set decisivo arriva al tie-break a 10 punti sul 6-6, secondo la regola uniforme adottata dagli Slam nel 2022. Per questo un quinto set come il 70-68 di Isner-Mahut è regolamentariamente impossibile.

Fonti: https://en.wikipedia.org/wiki/Isner%E2%80%93Mahut_match_at_the_2010_Wimbledon_Championships ; https://en.wikipedia.org/wiki/Wimbledon_Championships ; https://www.theguardian.com/sport/2018/oct/19/wimbledon-fifth-set-tie-break-tennis ; https://www.usopen.org/en_US/news/articles/2022-03-16/us_open_to_join_all_grand_slams_in_playing_10point_final_set_tiebreak.html

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