Un esperto di torture militari, tecniche da agenti CIA, attacchi di panico e sigarette fumate compulsivamente in costume: quella che doveva essere la più allegra trasformazione cinematografica di sempre si rivelò per Jim Carrey un vero e proprio incubo durato mesi. A venticinque anni dall'uscita di How the Grinch Stole Christmas (Il Grinch), il film diretto da Ron Howard che nel 2000 conquistò il box office mondiale con 346 milioni di dollari diventando il maggior successo dell'anno negli Stati Uniti, emergono nuovi dettagli agghiaccianti su quanto quella produzione sia stata estrema. E la parola "estrema" è usata con cognizione di causa, visto che Carrey ha ammesso di aver minacciato di abbandonare il progetto restituendo i suoi 20 milioni di dollari di cachet.
In un'intervista esclusiva rilasciata a Variety per celebrare l'anniversario del film, l'attore canadese ha svelato insieme al regista Howard, al produttore Brian Grazer e al leggendario make-up artist Rick Baker (maestro degli effetti speciali vincitore di sette Oscar) l'odissea che si celava dietro quella pelliccia verde di yak. La Universal Pictures inizialmente aveva proposto una soluzione drasticamente più semplice: dipingere semplicemente Carrey di verde. "Lo studio disse: 'Stiamo pagando Jim 20 milioni di dollari e vogliamo vederlo. Dipingetelo solo di verde'", ricorda Baker, che però non era disposto a scendere a compromessi sulla visione del personaggio creato da Dr. Seuss.
Per convincere gli studios, Baker orchestrò una mossa ingegnosa coinvolgendo Ain't It Cool News, uno dei più influenti siti di cinema dell'epoca. "Ho contattato il tizio che lo gestiva, un fan del mio lavoro, e gli ho chiesto di diffondere la notizia che la Universal stava commettendo un errore colossale", spiega l'artista. La reazione del pubblico fu immediata e veemente: "Le risposte furono scandalizzate. Così alla fine cedettero". Carrey stesso insistette per una trasformazione totale, pagando però un prezzo che nessuno aveva previsto: l'attore dovette respirare esclusivamente con la bocca per l'intera durata delle riprese, perché la protesi che copriva completamente il suo volto non permetteva la respirazione nasale.
"Dovettero mettere la punta del mio naso sopra il ponte del naso del Grinch", spiega Carrey. "Tutto il resto era coperto e non potevo respirare dal naso. La tuta era fatta di un pelo di yak incredibilmente pruriginoso che mi faceva impazzire tutto il giorno. Avevo dita lunghe venticinque centimetri, quindi non potevo grattarmi o toccarmi la faccia". Come se non bastasse, l'attore indossava lenti a contatto che coprivano l'intero bulbo oculare, permettendogli di vedere solo attraverso un piccolo tunnel. Grazer rivela che inizialmente era stata proposta una soluzione digitale per gli occhi verdi, ma Carrey rifiutò: "Voleva avere gli occhi verdi veri. Erano come dei frisbee negli occhi. Provava un dolore tremendo".
Dopo la prima giornata di lavorazione che richiese otto ore sulla sedia del trucco, la situazione precipitò. Howard ricorda che Carrey "cominciò ad avere attacchi di panico" e lo vedeva letteralmente sdraiato per terra tra un set e l'altro con un sacchetto di carta marrone, profondamente infelice. "Era pronto a restituire i suoi 20 milioni di dollari. Era serio", conferma il regista premio Oscar. La produzione trovò allora una soluzione tanto inusuale quanto estrema: assumere Richard Marcinko, esperto che addestrava agenti CIA e forze speciali su come resistere alla tortura. "Più tardi scoprii che l'uomo che mi aveva addestrato a sopportare il Grinch aveva anche fondato il SEAL Team Six", rivela oggi Carrey.
Marcinko insegnò all'attore tecniche di resistenza al dolore che includevano prendersi a pugni sulla gamba il più forte possibile, cambiare continuamente gli stimoli sensoriali nella stanza e fumare sigarette compulsivamente. "Ci sono foto di me, vestito da Grinch, seduto sulla sedia del regista con un lungo bocchino per sigarette", racconta Carrey. "Dovevo usare il bocchino perché il pelo di yak avrebbe preso fuoco se mi fossi avvicinato troppo". Ma la vera salvezza arrivò dalla musica: i Bee Gees. "Ascoltavo tutto il loro catalogo durante il trucco, che alla fine riuscirono a ridurre a circa tre ore. La loro musica è così gioiosa. Non ho mai incontrato Barry Gibb, ma voglio ringraziarlo".
L'esperienza lasciò segni profondi anche sul resto del team. Kazuhiro Tsuji, il truccatore che lavorò con Baker applicando quotidianamente il make-up di Carrey, ha raccontato in passato di aver iniziato ad andare in terapia dopo quella produzione. "Nel camper del trucco, all'improvviso si alzava, si guardava allo specchio e, indicando il mento, diceva: 'Questo colore è diverso da quello di ieri'", ha ricordato Tsuji. "Io stavo usando lo stesso colore del giorno prima. Lui diceva: 'Sistemalo'. Ogni giorno era così".
Nonostante tutto, Carrey oggi riconosce la responsabilità delle proprie scelte. "È qualcosa che ho chiesto io e che non posso attribuire a nessun altro se non a me stesso", ammette. "Non ci si pensa quando si vede un attore interpretare un ruolo che comporta un dolore lancinante. Ma quell'attore deve vivere in quella sensazione. Non è che torna a casa e all'improvviso smette di provarla". Interpellato lo scorso anno da ComicBook.com sulla possibilità di tornare a interpretare il personaggio, l'attore si è detto disponibile ma solo a una condizione precisa: "Sul set lo facevo con tonnellate di trucco e a malapena riuscivo a respirare. Ora, con la motion capture e cose del genere, potrei essere libero. Pensavo sempre ai bambini. 'È per i bambini'. In questo mondo tutto è possibile".
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