La Russa, reato estinto con 25mila euro

Il Tribunale di Milano ha estinto il reato per Leonardo La Russa dopo un'offerta di 25mila euro alla vittima. La decisione riapre il dibattito sulla giustizia riparativa.

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Autore: Redazione ,
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Il caso giudiziario che ha coinvolto Leonardo Apache La Russa, figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, si chiude con un'estinzione del reato di revenge porn che riaccende il dibattito sulla giustizia riparativa nei casi di violenza contro le donne. Il Tribunale di Milano, nella persona della giudice Maria Beatrice Parati, ha ritenuto «congrua» l'offerta risarcitoria di 25mila euro proposta dal 24enne alla giovane che lo aveva denunciato, disponendo così l'estinzione del procedimento penale. Una decisione che ha scatenato immediate polemiche da parte delle associazioni che si occupano di tutela delle vittime di violenza di genere.

La vicenda affonda le radici nella notte tra il 18 e 19 maggio 2023, quando la ragazza aveva trascorso alcune ore con Leonardo La Russa e l'amico Tommaso Gilardoni, prima in una discoteca milanese e poi nell'abitazione del giovane. Al risveglio, in stato confusionale, la donna aveva sporto denuncia per violenza sessuale, accusa successivamente archiviata nell'ottobre 2024 dalla gip Rossana Mongiardo su richiesta dell'aggiunta Letizia Mannella e della pm Rosaria Stagnaro. Parallelamente però, erano emersi elementi che avevano portato alla contestazione del reato di diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite.

Secondo l'accusa, durante quella notte erano stati realizzati video a contenuto sessuale poi ritrovati sui telefoni sequestrati dalla Polizia. I pubblici ministeri contestavano a Leonardo La Russa l'invio via WhatsApp di un video all'amico senza il consenso della ragazza, mentre a Gilardoni veniva attribuita la diffusione, mesi dopo, di un altro filmato della stessa serata a un terzo soggetto. Una dinamica che configura perfettamente il cosiddetto revenge porn, reato introdotto nel codice penale italiano con la legge del 2019.

L'utilizzo della giustizia riparativa si poggia su una disparità che non consente alla vittima un reale risarcimento e la fa sentire nuovamente vittima

L'epilogo giudiziario ha visto destini divergenti per i due protagonisti maschili della vicenda. Tommaso Gilardoni, che aveva scelto il rito abbreviato, è stato condannato a un anno di reclusione con pena sospesa, oltre al pagamento di 7mila euro di risarcimento alla parte civile e 4mila euro per le spese processuali. Per Leonardo La Russa invece, nonostante la giovane donna avesse sempre rifiutato proposte economiche chiedendone 50mila, la valutazione di congruità dell'offerta da parte della giudice ha comportato, come previsto dalla legge, l'estinzione del reato e del procedimento penale.

La reazione dell'associazione D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza è stata durissima. «Dopo l'archiviazione della violenza sessuale, la donna che aveva denunciato La Russa jr è obbligata ad accettare il risarcimento economico che aveva sempre rifiutato e vedere estinto il reato di revenge porn», ha dichiarato Cristina Carelli, presidente dell'associazione. «Ancora una volta, il sistema giudiziario non rende giustizia alla donna». Carelli ha sottolineato come in casi del genere la giustizia riparativa agisca «di fatto come una mediazione» che non garantisce reale tutela alla vittima.

La donna, assistita dall'avvocato Stefano Benvenuto, ha già annunciato che non accetterà i 25mila euro e impugnerà il provvedimento sulla congruità del risarcimento. «È stato accertato il reato ai danni della mia assistita», ha spiegato il legale, contestando l'adeguatezza della somma che per legge dovrebbe coprire danni morali, esistenziali e dinamico-relazionali oltre alle spese legali. Sul fronte opposto, i difensori di Leonardo La Russa, gli avvocati Vinicio Nardo e Adriano Bazzoni, hanno parlato di «giustizia sostanziale» e di una decisione che riconosce la consensualità e l'assenza di volontà offensiva, chiudendo «due anni di ingiusto accanimento mediatico».

Nel corso del procedimento, la difesa aveva depositato una lettera nella quale il giovane si diceva dispiaciuto per quanto accaduto e manifestava disponibilità a incontrare la ragazza per una rivisitazione dei fatti. Ma è stato attraverso un lungo post sui social che Leonardo La Russa ha deciso di raccontare la sua versione, rivelando di aver sofferto di depressione durante questi due anni. «Ho aspettato, fiducioso nella giustizia, un esito per due anni, così come ho aspettato di poter spiegare il mio punto di vista pubblicamente dopo aver subito un accanimento mediatico senza mai aver subito una condanna o un processo», ha scritto il 24enne.

Nel messaggio, il figlio del presidente del Senato ha parlato apertamente del suo stato d'animo: «Nonostante abbia cercato di nasconderlo in questi due anni ho sofferto di depressione, arrivando anche a pensare al suicidio. Avevo paura di avere un'etichetta per la vita, paura che amici e conoscenti mi abbandonassero, paura di non poter mai far emergere la verità». Il giovane ha evitato di entrare nei dettagli di quella notte «per rispetto della ragazza», ma ha difeso la propria posizione citando «prove effettive, testimoni e pubblici ministeri» che hanno indagato meticolosamente sui fatti.

La vicenda si inserisce in un dibattito più ampio sulla gestione giudiziaria dei reati contro le donne e sull'applicazione della giustizia riparativa in questi contesti. Per D.i.Re, il caso La Russa rappresenta l'ennesima conferma di un sistema che privilegia soluzioni economiche a discapito della reale tutela delle vittime. «In un clima di attacco generale alla libertà e all'autodeterminazione delle donne, questo caso giudiziario conferma tutte le preoccupazioni che D.i.Re e il movimento delle donne stanno da tempo denunciando», ha concluso la presidente Carelli, sottolineando come la questione vada ben oltre il singolo episodio per toccare aspetti strutturali del sistema giudiziario italiano nella gestione della violenza di genere.

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