Quando Liliana Porcelli si è presentata a un normale check-up per ottenere la RunCard e correre la mezza maratona di Roma, non immaginava che la sua vita stesse per cambiare radicalmente. Quegli esami di routine hanno rivelato un carcinoma mammario Her2-positivo, uno dei tumori più aggressivi. Una diagnosi che avrebbe potuto spezzare chiunque, ma che questa donna in carriera, mamma e sportiva ha trasformato in un'occasione per realizzare un sogno rimandato troppo a lungo: scrivere un libro. Influcancer, appena pubblicato da Piemme, è nato proprio da quella paura, ma anche dalla determinazione di lasciare qualcosa di importante.
«Il mio primo pensiero è stato per i miei figli: mia madre era morta di tumore quando avevo 10 anni e so cosa vuol dire crescere senza», racconta Liliana con una franchezza disarmante. La paura di replicare quel trauma ai suoi bambini avrebbe potuto paralizzarla, ma ha scelto una strada diversa. «Potevo piangermi addosso, inveire contro tutti. Ma ho deciso di non lasciare nulla di intentato e di realizzare il mio sogno. Ho avuto paura che il tempo fosse poco e ho concentrato tutte le energie: se proprio dovevo andarmene, volevo sfruttare al meglio quello che mi rimaneva».
Il titolo del libro nasce da un'intuizione social sorprendentemente positiva. Durante la chemioterapia, quando i capelli hanno cominciato a cadere, Liliana ha iniziato a raccontarsi su Facebook, trasformando ogni infusione settimanale in un appuntamento con la sua community. «Dovevo fare dodici infusioni, una alla settimana, ma prima di ognuna mi veniva controllato l'emocromo: speravo sempre che i valori andassero bene per farle tutte, senza saltarne nessuna, nel minor tempo possibile», spiega. L'annuncio di ogni trattamento diventava un rito scaramantico condiviso, e da lì è nato il neologismo che fonde influencer e cancro in una parola che suona quasi come una sfida.
Ma Influcancer non è solo la storia personale di Liliana. Il libro raccoglie le vite di chi ha condiviso con lei le sale d'attesa dell'oncologia, luoghi dove le barriere sociali si dissolvono e le persone si aprono con una sincerità rara. C'è Alfredo, dirigente finanziario di successo che a 56 anni ha finalmente fatto i conti con la sua omosessualità, scoprendo che anche suo figlio stava attraversando lo stesso percorso di consapevolezza. «Aveva un tumore al pancreas, molto aggressivo. Era rimasto intrappolato in una vita che lo aveva arricchito, ma che lui non voleva più», racconta Liliana. Poi c'è Alessandra, 43 anni, carriera brillante e il sogno della maternità rimandato troppo a lungo: quando ha deciso di provarci, ha scoperto un tumore al seno e poi uno all'utero.
La vita di Liliana prima della diagnosi era una corsa continua. Cresciuta in Puglia, laurea in Economia e Commercio, carriera nel Gruppo Mediolanum e poi come dirigente in Deloitte a Milano, aveva costruito un'esistenza frenetica tra lavoro, sport e famiglia. «Correvo continuamente, ma avevo trovato la mia dimensione», ricorda. Poi lo stop forzato: «L'anno scorso in questo periodo non camminavo più, il livello di tossicità nel mio corpo era tale che ero sempre stanca, facevo piccoli passi e avevo difficoltà a salire le scale».
Quel freno ha però aperto una prospettiva inattesa. «Mi sono venute in mente parole di mio padre: "Con forza e pazienza si vincono tutte le battaglie". Forse stavo correndo troppo e fermarmi mi ha dato l'opportunità di capire meglio cosa voglio, di prendermi i miei momenti e i miei spazi». Oggi Liliana ha concluso le cure a novembre scorso e può affermare che la partita con il tumore è 1 a 0 a suo favore, grazie anche a una terapia immunologica sperimentale affiancata alla chemioterapia, che sembra ridurre significativamente il rischio di recidive.
Il suo impegno non si ferma alla scrittura: Liliana ha rinunciato alle royalties del libro a favore di Airc, la Fondazione per la ricerca sul cancro. «Se sto godendo della possibilità di curarmi è perché la ricerca scientifica va avanti. Il mio sogno è raccogliere più fondi possibili per lasciare un contributo tangibile alla ricerca scientifica, per me e per le altre persone che si trovano in queste situazioni», sottolinea con determinazione.
La malattia l'ha cambiata completamente, ma non l'ha piegata. «Se tornassi quella di prima, la malattia non sarebbe servita a nulla, non mi avrebbe insegnato niente. Ho fatto tesoro di questa esperienza. Quando sento che qualcosa non va, mi fermo, e se raggiungo un obiettivo una settimana o un mese più tardi, non fa niente». E conclude con una consapevolezza che vale più di qualsiasi certezza: «Se mi chiede come andrà a finire, non lo so, ma io ci ho provato».
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