Una vita distrutta da una diagnosi sbagliata, cinque anni di chemioterapia per un tumore che non esisteva e un corpo ormai devastato da cure non necessarie. È la drammatica storia di Daniela Montesi, 65 anni di Pontedera, che dal 2006 al 2011 è stata sottoposta a trattamenti oncologici per un linfoma mai avuto. Ora la Corte d'Appello di Firenze ha stabilito un risarcimento di 470mila euro da parte dell'Aoup di Pisa, ma per la donna quella cifra non può restituirle né la salute perduta né gli anni vissuti nell'incubo di una malattia inesistente.
«Mi sento una donna finita. Purtroppo non c'è modo per essere sereni, neanche dopo la sentenza sul risarcimento», ha dichiarato Montesi in un'intervista a La Stampa. Le sue parole raccontano una sofferenza che va ben oltre il danno economico quantificabile: il sistema immunitario completamente compromesso, le malattie rare che continuano ad aggredire il suo organismo, l'impossibilità di tornare a una vita normale. La donna ha trascorso gli ultimi vent'anni tra ospedali e cure, costretta ad abbandonare il lavoro dopo che le è stata revocata la patente di guida a causa delle sue condizioni di salute.
L'incubo è iniziato nel settembre 2006, quando all'ospedale di Volterra venne sottoposta a un prelievo del midollo osseo. Il campione fu inviato al Santa Chiara di Pisa per ulteriori analisi, e qui inizia la catena di errori fatale. «C'erano parametri incerti che risultavano dall'esame, al Santa Chiara presero quella patologia incerta per certa», ha spiegato Montesi. I medici diagnosticarono un linfoma tipo Malt a prevalente localizzazione intestinale, una forma di tumore del sistema linfatico, e avviarono immediatamente il protocollo terapeutico: chemioterapia, cortisone e una batteria di farmaci antitumorali somministrati per anni.
Solo dopo una biopsia eseguita presso l'ospedale di Genova le cure furono finalmente interrotte, ma ormai il danno era irreversibile. «Le prime conseguenze si manifestarono quasi subito», racconta la donna, che ha dovuto abbandonare la sua professione di assicuratrice proprio quando avrebbe avuto maggiormente bisogno di stabilità economica e lavorativa. La perdita della patente ha rappresentato solo uno dei tanti effetti collaterali di una terapia oncologica devastante applicata a un organismo sano.
Durante l'udienza alla Corte d'Appello di Firenze, Daniela Montesi non è potuta essere presente in aula. «Avrei voluto esserci anch'io davanti ai giudici per far vedere loro come sto, per far capire tutto quello che ho sofferto. Ero in ospedale, invece, a curarmi dalle malattie che stanno aggredendo il mio sistema immunitario, distrutto da quelle cure sbagliate», ha raccontato con amarezza. Venti giorni di ricovero per gestire le conseguenze di una diagnosi errata che continua a perseguitarla a distanza di anni.
La battaglia legale contro l'azienda ospedaliera di Pisa è durata anni, ma la sentenza, per quanto importante sul piano del riconoscimento della responsabilità medica, non può cancellare le sofferenze patite. Il caso solleva interrogativi preoccupanti sulla gestione dei protocolli diagnostici e sull'importanza di una seconda opinione medica prima di avviare terapie così aggressive. Per Daniela Montesi, quello che doveva essere un percorso di guarigione si è trasformato in una condanna a vita, un fardello di malattie rare e un sistema immunitario irrimediabilmente compromesso che nessun risarcimento economico potrà mai riparare.
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