Marco Mottola accusato di omicidio: "Sono innocente"

Marco Mottola torna in aula per il processo d'appello sull'omicidio di Serena Mollicone, ribadendo la sua innocenza insieme ai genitori dopo oltre vent'anni.

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Autore: Redazione ,
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Il nuovo processo d'appello per l'omicidio di Serena Mollicone, la diciottenne di Arce trovata senza vita nel giugno 2001 in un bosco della provincia di Frosinone, ha visto protagonista Marco Mottola con dichiarazioni spontanee davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Roma. L'imputato, insieme ai genitori, ha voluto ribadire la propria estraneità ai fatti, affrontando direttamente alcune delle accuse più pesanti che gravano su di lui da oltre due decenni. Si tratta di uno dei casi giudiziari più intricati e discussi della cronaca italiana, rimasto irrisolto per anni e tuttora al centro di un complesso iter processuale.

Mottola ha categoricamente negato ogni coinvolgimento nell'uccisione della giovane studentessa. "Sono innocente, non ho mai fatto del male a Serena e neanche i miei familiari", ha dichiarato in aula, aggiungendo che la ragazza quel giorno non si sarebbe mai presentata da lui. L'imputato ha definito false e devastanti le ipotesi che lo vorrebbero autore di violenze ai danni della Mollicone, sostenendo che queste ricostruzioni stiano rovinando l'esistenza sua e della sua famiglia.

Un punto centrale della difesa di Mottola riguarda la famosa porta danneggiata all'interno della caserma dei carabinieri, elemento chiave dell'accusa secondo cui la giovane Serena sarebbe stata spinta violentemente contro di essa. L'imputato ha spiegato di essere venuto a conoscenza di quel danneggiamento soltanto nel marzo 2008, quando il padre gli avrebbe raccontato di averla rotta durante una lite con la madre. Una versione che contrasta radicalmente con quella dell'accusa e che si inserisce in un puzzle investigativo fatto di testimonianze contraddittorie e ritrattazioni.

Quel giorno in caserma non è venuto nessuno

Mottola ha poi fornito una ricostruzione dettagliata della mattina del primo giugno 2001, giorno cruciale per le indagini. Secondo la sua versione, sarebbe sceso tardi, certamente dopo le 11:40, dopo essersi sentito con Davide Bove. Ha ribadito con fermezza che nessuna persona lo avrebbe cercato in caserma quella mattina, a qualsiasi ora, e che non esisterebbero tracce telefoniche che dimostrino il contrario. L'imputato ha inoltre escluso categoricamente di essere uscito con la propria auto o con quella di altri, sostenendo che il piantone Tuzi lo avrebbe inevitabilmente notato.

La questione dei bar Pioppetelle e Della Valle rappresenta un altro nodo centrale delle dichiarazioni. Mottola ha negato di essersi recato in quei locali e di aver acquistato sigarette Marlboro light, precisando che all'epoca fumava le Marlboro rosse. Ha inoltre respinto l'ipotesi di essere il "biondino mechato" descritto dal teste Carmine Belli, ricordando che lo stesso Belli avrebbe dichiarato che non si trattava di lui. Le sue risposte alla polizia nel 2002 riguardo a una presunta presenza al bar Pioppetelle con Laura Ricci sarebbero state, a suo dire, frutto di confusione e del desiderio di evitare problemi.

Un passaggio particolarmente delicato delle dichiarazioni ha riguardato proprio Laura Ricci, nome emerso più volte nel corso delle indagini. Mottola ha spiegato di averla contattata telefonicamente solo per avvisarla di quanto aveva riferito alla polizia, temendo che il padre della ragazza potesse venire a conoscenza della loro relazione. L'imputato si è detto sorpreso e perplesso per le dichiarazioni intime rese dalla donna nel 2018 ai carabinieri riguardo ai loro rapporti sessuali, insinuando che questo avrebbe potuto influenzare negativamente il marito Luigi Germani, anch'egli carabiniere, durante la sua escussione pomeridiana.

Le parole di Mottola hanno fatto riferimento anche a una testimonianza ritrattata, quella di una persona che successivamente si sarebbe tolta la vita. L'imputato ha menzionato questo elemento come prova dell'instabilità delle accuse a suo carico, sottolineando come questa persona si fosse pentita della menzogna iniziale, per poi ritrattare nuovamente la ritrattazione prima del gesto estremo. Un episodio che evidenzia la complessità e la drammaticità di un caso che ha segnato profondamente non solo le famiglie coinvolte, ma l'intera comunità di Arce e l'opinione pubblica italiana.

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