No Tav, marcia a 20 anni dallo sgombero di Venaus

Corteo previsto da Venaus a San Giuliano per ricordare lo sgombero del 2005. Già scontri nei cantieri della Torino-Lione durante il fine settimana precedente.

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Autore: Redazione ,

La Val di Susa si prepara a vivere una giornata di forte simbolismo e tensione. Lunedì 8 dicembre centinaia di attivisti No Tav sfileranno da Venaus fino a San Giuliano, dove dal 2 dicembre è attivo un nuovo presidio permanente, per commemorare un anniversario che pesa sulla memoria collettiva del movimento: i vent'anni dallo sgombero violento di Venaus, consumatosi nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005. Ma prima ancora che la marcia prendesse il via, la valle è già tornata a essere teatro di scontri che hanno riacceso le polemiche politiche sulla gestione dell'ordine pubblico e sul ruolo dei centri sociali torinesi.

Nel fine settimana precedente la manifestazione, le tensioni si sono concentrate presso i cantieri della Torino-Lione. Sabato sera, una prima ondata di proteste ha interessato le reti del cantiere di San Didero, luoghi divenuti nel tempo simboli della resistenza contro quella che gli attivisti definiscono "opera della devastazione". Il copione si è ripetuto domenica sera a Chiomonte, con modalità che hanno assunto contorni più violenti.

Circa un centinaio di manifestanti si è radunato alle reti metalliche che separano fisicamente la valle dal cantiere. Dopo la rituale "battitura" delle reti – un gesto che per il movimento No Tav rappresenta un vero e proprio rito identitario – la situazione è degenerata. Oltre le barriere sono volati sassi, bulloni, petardi e fuochi d'artificio in direzione degli agenti di polizia schierati a difesa dell'area. La risposta delle forze dell'ordine non si è fatta attendere: lacrimogeni e idranti per disperdere la folla, mentre un funzionario della Digos è rimasto ferito al volto, fortunatamente in modo non grave.

La valle resta ostaggio dei facinorosi

L'episodio ha immediatamente innescato una serie di reazioni politiche da parte delle forze di maggioranza. Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, ha parlato senza mezzi termini di "violenza inaudita" e di "strategia volta a intimorire e destabilizzare". La parlamentare ha poi puntato il dito contro il centro sociale Askatasuna di Torino, tornato al centro del dibattito politico cittadino dopo un servizio televisivo del programma FarWest che ha mostrato le attività all'interno dello stabile di corso Regina Margherita 47.

Secondo Montaruli, il fatto che "gli aggressori siano nuovamente riconducibili ad Askatasuna è sconcertante". La critica si estende anche alla gestione amministrativa: la deputata ha rimesso in discussione il controverso "patto di collaborazione" siglato dal Comune di Torino con il centro sociale, chiedendo che "i delinquenti di Askatasuna siano solo consegnati alla giustizia anziché vedersi consegnato uno stabile che è accertato sia ancora occupato".

Sulla stessa linea si sono posizionati gli esponenti locali di Forza Italia. Roberto Rosso, vicesegretario regionale del partito, e Marco Fontana, coordinatore cittadino, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui definiscono gli antagonisti "milizie organizzate, addestrate alla violenza e alla distruzione". Per i due rappresentanti azzurri, Askatasuna funzionerebbe come "centrale operativa" che dirige "blitz che mettono a rischio la vita delle Forze dell'Ordine e la sicurezza dei cittadini".

L'attacco politico si concentra in particolare sul sindaco di Torino Stefano Lo Russo, accusato di mantenere "un'ambiguità che di fatto li legittima, con ammiccamenti e pericolosi silenzi". Rosso e Fontana hanno sottolineato come sia "grave che chi guida la città continui a giustificare chi la devasta, stringendo la mano ai professionisti del disordine". La città, secondo questa lettura, resterebbe quindi "ostaggio" dei gruppi antagonisti.

Le tensioni di sabato sera al cantiere di San Didero avevano già mostrato le stesse dinamiche: la rituale battitura delle reti seguita dal lancio di pietre e fuochi d'artificio verso le forze dell'ordine, che avevano risposto con lacrimogeni e idranti. In quel caso, la situazione era rientrata nell'arco di un'ora, ma aveva già prefigurato l'escalation della serata successiva.

Per il movimento No Tav, però, queste mobilitazioni rappresentano qualcosa di più profondo di semplici episodi di protesta. Gli attivisti tengono a precisare che l'8 dicembre non è "una ricorrenza" ma un momento di riaffermazione della propria identità di lotta. In queste ore, militanti da tutta Italia stanno convergendo verso la Val di Susa per partecipare alla marcia che, con concentramento previsto alle 13 a Venaus, si dirigerà verso San Giuliano.

Il nuovo presidio permanente sorto nella frazione rappresenta l'ultimo capitolo di una resistenza che dura ormai da decenni. Per gli attivisti, vent'anni dopo quello sgombero notturno che ha segnato una generazione di militanti, la battaglia contro la Torino-Lione continua con la stessa determinazione. Per le istituzioni e le forze politiche di governo, invece, si tratta di episodi di violenza inaccettabile che richiedono una risposta ferma e inequivocabile, a partire dalla gestione dei luoghi che vengono considerati basi logistiche di questi movimenti.

La Val di Susa si conferma così uno dei territori più caldi del conflitto sociale italiano, dove la memoria storica della lotta si intreccia con le tensioni del presente e dove il confine tra diritto alla protesta e ordine pubblico continua a essere tracciato e contestato tra le reti metalliche dei cantieri e le piazze dei presidi.

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