Pino Maddaloni: «Scampia mi ha insegnato a non giudicare»

Pino Maddaloni ha portato la fiamma olimpica a Scampia, il quartiere dove è cresciuto. L'oro olimpico di Sydney 2000 ha corso davanti alle Vele.

Immagine di Pino Maddaloni: «Scampia mi ha insegnato a non giudicare»
Autore: Redazione ,
Attualità
3' 56''
Fonte

La fiamma olimpica di Milano Cortina 2026 ha illuminato Scampia con una luce diversa, speciale, carica di significato. A portarla è stato Pino Maddaloni, leggenda del judo italiano e oro olimpico a Sydney 2000, che in quelle strade è cresciuto, si è formato, ha imparato a trasformare ogni ostacolo in trampolino di lancio. Tedoforo per Coca-Cola, Maddaloni ha vissuto un momento di profonda emozione quando un allievo di suo padre gli ha passato la torcia: "Ho sentito l'emozione come una voce: 'Maestro, siamo anche noi qui'", racconta con gli occhi lucidi. Dietro di lui, in una fotografia che vale più di mille parole, corrono Le Vele, quelle stesse palazzine dove ha vissuto dai otto ai diciotto anni, simbolo di un quartiere troppo spesso raccontato solo attraverso le cronache nere.

Eppure Scampia per Maddaloni non è la periferia del degrado, ma il luogo che lo ha forgiato come atleta e come uomo. "Anche se per andare a scuola dovevo aspettare un autobus che faceva il giro di tutta Scampia e per andare in palestra dovevo salire su tre autobus, questo mi ha formato tanto", spiega il campione olimpico. Lo sport gli ha dato una struttura, un codice, uno scudo contro le cattive strade che a Scampia, come in tante periferie, possono attirare i ragazzi che non hanno punti di riferimento solidi. La sua storia è costellata di episodi che raccontano una realtà dura: i ragazzi che lo prendevano in giro perché praticava judo, le borse aperte per controllarle, gli insulti, le botte. Ma proprio quella paura quotidiana lo ha reso più forte sul tatami.

"Abituato alla paura di incontrare questi ragazzi, in gara gestivo meglio degli altri la tensione", rivela Maddaloni. Anni dopo, quegli stessi ragazzi sono diventati amici, e insieme si sono raccontati quegli aneddoti che oggi suonano quasi incredibili. La famiglia è stata determinante: il padre praticava judo e lo ha portato con sé in palestra, trasmettendogli non solo una disciplina sportiva ma una vera filosofia di vita. "Non tutti sono stati fortunati come me", ammette con umiltà. "Altre famiglie non avevano questa lungimiranza, questa cultura. Non gli hanno presentato questa opportunità".

Per sentirti un judoka basta che tu accetti quella filosofia di rispetto verso il prossimo, verso l'ambiente, verso la serietà

Ed è proprio questa consapevolezza che spinge Pino Maddaloni, da 25 anni, a girare le scuole insieme al padre. "Anche solo una frase può aiutare un ragazzo", dice convinto. La sua storia è diventata un libro, 'O Mae' – Storia di Judo e di camorra scritto da Luigi Garlando, e un film, L'Oro di Scampia diretto da Marco Pontecorvo con Beppe Fiorello. Ma il vero messaggio che vuole trasmettere ai media è un altro: "Tutti questi articoli, tutte queste serie televisive, quando succede qualcosa di brutto ne parlano per giorni, invece quando succede qualcosa di bello ne parlano per 20 minuti. Questo deve cambiare, non solo a Scampia ma anche in altre periferie. Hanno bisogno di messaggi positivi".

Per Maddaloni, il judo è educazione civica: non serve praticare tecniche sofisticate per sentirsi un judoka, basta accettare quella filosofia di rispetto verso il prossimo, verso l'ambiente, verso il dojo. Una visione che estende anche al mondo olimpico, dove vede ancora troppe disparità. "Non capisco come non si riesca a organizzare in un solo periodo olimpiadi e paralimpiadi insieme", afferma con passione dopo aver vissuto come supervisore degli arbitri mondiali alle Paralimpiadi di Parigi. "Con tutti i soldi che riescono a coinvolgere, facciamoli insieme questi giochi. Non facciamo sentire nessun atleta di serie A e nessun atleta di serie B".

Il ricordo di Sydney 2000 rimane indelebile, ma non solo per l'oro conquistato. Maddaloni ricorda con commozione gli altri atleti della sua categoria che, subito dopo la sua vittoria, sono venuti ad abbracciarlo e a complimentarsi. "Le Olimpiadi sono un sogno per tutti gli atleti, ognuno vuole portare una medaglia a casa, ma in quel momento si mangia insieme, si dorme insieme, è qualcosa di unico", racconta. Lui però non ha mai sognato di vincere un'Olimpiade da bambino: andava in palestra semplicemente per il piacere di praticare, per incontrare gli altri, per trovare conforto nello spogliatoio quando raccontava ai compagni più grandi degli episodi spiacevoli vissuti alle Vele.

A 17 anni ha smesso di andare in motorino per paura di infortunarsi, un sacrificio che dimostra la dedizione totale al suo sport. Mai provato uno sport invernale, ammette sorridendo, anche se la figlia più piccola "vuole vedere la neve". Per Milano Cortina 2026 la speranza è che l'Italia porti a casa tante medaglie, perché "per far conoscere tutti gli sport bisogna vincere, così da attirare tanti giovani". Ma c'è una battaglia ancora più importante da vincere: "Lo sport è un diritto del bambino, non deve dipendere dalla situazione economica della famiglia. Che ancora lo sport non sia per tutti ci fa capire quanti anni indietro siamo ancora".

Non perderti le nostre ultime notizie!

Iscriviti al nostro canale Telegram e rimani aggiornato!