A quasi nove anni esatti dalla devastante valanga che rase al suolo l'Hotel Rigopiano a Farindola il 18 gennaio 2017, causando 29 vittime, è attesa per il tardo pomeriggio di oggi la quarta sentenza su una delle tragedie più drammatiche della storia recente italiana. Dieci imputati attendono il verdetto di questo nuovo grado di giudizio, in un processo che ha visto ribaltamenti continui, condanne annullate e assoluzioni contestate. Un colpo di scena significativo è arrivato proprio ieri, quando l'ex sindaco Ilario Lacchetta ha annunciato di rinunciare alla prescrizione per i reati di omicidio colposo e lesioni, una decisione che testimonia la complessità emotiva e giuridica di un caso ancora aperto.
Il calvario giudiziario iniziò il 16 luglio 2019, quando a Pescara prese il via il processo di primo grado contro 30 imputati tra rappresentanti di Regione, Provincia, Comune di Farindola e Prefettura. Dopo quasi quattro anni, il 23 febbraio 2023 arrivò il primo verdetto: 25 assoluzioni e appena cinque condanne. Tra i condannati figuravano proprio Lacchetta (2 anni e 8 mesi), i dirigenti provinciali Paolo D'Incecco e Mauro Di Blasio (3 anni e 4 mesi ciascuno), il tecnico Giuseppe Gatto e l'ex gestore Bruno Di Tommaso (6 mesi a testa). Un risultato che lasciò sgomenti i parenti delle vittime, considerando che l'accusa aveva richiesto 26 condanne per complessivi 151 anni e mezzo di reclusione.
La Corte d'Appello dell'Aquila il 14 febbraio 2024 modificò parzialmente la sentenza, confermando le condanne precedenti ma aggiungendone tre nuove: l'ex prefetto Francesco Provolo (un anno e otto mesi per falso e omissioni di atti d'ufficio), Leonardo Bianco, ex capo di gabinetto della Prefettura, e Enrico Colangeli, tecnico comunale di Farindola. In totale, otto condanne e 22 assoluzioni. Il presidente Aldo Manfredi impiegò appena venti minuti per leggere il dispositivo, mentre fuori dall'aula i familiari delle 29 vittime continuavano a chiedere giustizia per i loro cari.
La svolta arrivò con la Cassazione del 3 dicembre 2024, che annullò con rinvio le condanne di Lacchetta, Colangeli, Di Blasio e D'Incecco, riaprendo contemporaneamente le posizioni di sei dirigenti regionali accusati di disastro colposo per non aver realizzato la Carta pericolo valanghe, documento considerato fondamentale per prevenire la tragedia. Gli ermellini confermarono solo le condanne di Provolo e del suo vice Bianco per il reato di falso, oltre a quelle di Di Tommaso e Gatto relative a un piccolo abuso edilizio. Fu così che il 10 novembre 2025 iniziò a Perugia l'appello bis per dieci imputati, il processo che si conclude oggi.
Quella del 18 gennaio 2017 fu una giornata maledetta. Quattro scosse di terremoto di magnitudo 5.1 con epicentro nell'Aquilano avevano già messo in allerta il centro Italia, mentre 40 persone – 28 ospiti tra cui quattro bambini e 12 dipendenti – si trovavano bloccate nell'hotel di lusso sul versante pescarese del Gran Sasso. La strada d'accesso era impraticabile per la neve, e dalle 15 ospiti e staff attendevano invano uno spazzaneve mai arrivato. Le richieste di aiuto si moltiplicarono: l'amministratore dell'hotel scrisse un'email disperata alle autorità, mentre Gabriele D'Angelo, cameriere poi morto nel disastro, effettuò numerose telefonate e la sorella del proprietario Roberto Del Rosso si recò personalmente in Provincia a chiedere soccorso.
Poco prima delle 17, mentre vittime e sopravvissuti si erano radunati nella hall pronti finalmente ad andarsene, una valanga di 120.000 tonnellate si staccò dal Monte Siella. Il fronte alto sette metri, composto da neve, ghiaccio e faggi sradicati, scese lungo la Grava di Valle Bruciata a una velocità tra i 50 e i 100 chilometri orari, investendo la struttura di taglio e facendo esplodere pilastri e sollevare solai. L'hotel venne letteralmente raso al suolo in pochi secondi.
Alle 17.40 Giampiero Parete, cuoco di Montesilvano e uno dei sopravvissuti, riuscì a telefonare al suo datore Quintino Marcella per dare l'allarme. Marcella non venne inizialmente creduto, e una funzionaria della Prefettura di Pescara lo liquidò con la tristemente nota frase "la mamma degli imbecilli è sempre incinta". Solo alle 19, dopo un'ora e venti minuti dall'impatto, Parete riuscì nuovamente a contattare il 118 facendo partire i primi soccorsi. Ma era ormai troppo tardi: dopo oltre 12 ore di tormenta e muri di neve da scalare, i soccorritori del Soccorso Alpino del CAI e della Guardia di Finanza raggiunsero sugli sci il sito della tragedia.
Nella notte vennero salvati Parete e Fabio Salzetta, trovati fuori dall'hotel in stato di ipotermia. Gli scavi proseguirono senza sosta in condizioni proibitive: alle 9.30 del 19 gennaio fu estratto il primo corpo senza vita. Per otto giorni, parenti e soccorritori oscillarono tra angoscia e speranza, finché il 26 gennaio, con il ritrovamento degli ultimi due corpi, il bilancio definitivo si attestò su 29 vittime. Oggi, dopo quattro processi e innumerevoli colpi di scena giudiziari, le famiglie attendono ancora una verità definitiva su chi avrebbe potuto e dovuto evitare questa immane tragedia.
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