Roger Deakins attacca Hollywood sulla fotografia

Roger Deakins critica Hollywood per aver abbandonato l'artigianato della fotografia in favore di scorciatoie tecnologiche e pigrizia creativa nell'uso del digitale.

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Autore: Redazione ,
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Roger Deakins non le manda a dire. Il leggendario direttore della fotografia, due volte premio Oscar per 1917 e Blade Runner 2049, ha sferrato un attacco durissimo contro l'Hollywood contemporanea, accusando l'industria di aver abbandonato l'artigianato della fotografia cinematografica in favore di scorciatoie tecnologiche e pigrizia creativa. In una lunga intervista a The Guardian, il maestro britannico non risparmia critiche a franchise, cinecomic e all'abuso delle nuove tecnologie digitali che, a suo dire, stanno uccidendo la vera narrazione visiva.

Il cuore della polemica di Deakins riguarda il modo in cui la rivoluzione digitale ha trasformato radicalmente il mestiere del direttore della fotografia. Secondo lui, le videocamere digitali hanno raggiunto un livello di sensibilità tale che molti professionisti non si preoccupano più di illuminare correttamente una scena, affidandosi invece alla post-produzione per "aggiustare tutto dopo". Il risultato? Immagini piatte, prive di personalità, spesso eccessivamente saturate o artificiose. Una deriva che contrasta nettamente con il rigore e la precisione che hanno caratterizzato tutta la carriera di Deakins, soprattutto nelle sue collaborazioni storiche con i fratelli Coen e Denis Villeneuve.

Il veterano della macchina da presa non risparmia nemmeno alcuni dei tic visivi più diffusi nel cinema e nelle serie TV contemporanee. I lens flare abusati, i montaggi frenetici che mascherano la mancanza di una vera messa in scena, e soprattutto l'uso ormai onnipresente dei droni nelle riprese aeree. Quest'ultimo punto sembra irritarlo particolarmente: quante volte, guardando una serie TV, si passa improvvisamente a un campo lungo girato palesemente con un drone, rovinando la continuità visiva della narrazione?

Credo che il problema sia che le tecnologie digitali sono arrivate a un punto per cui non devi nemmeno più illuminare un'inquadratura

La nostalgia di Deakins va verso un cinema ormai scomparso, quello degli anni Sessanta e Settanta che metteva al centro i personaggi e il racconto umano piuttosto che lo spettacolo fine a se stesso. Il suo riferimento ideale è Hud il selvaggio, il film con Paul Newman che incarnava perfettamente quel cinema "a misura d'uomo". Oggi, lamenta il direttore della fotografia, l'industria privilegia esclusivamente franchise, kolossal d'azione e cinecomic costruiti su green screen e CGI invasiva, dove la fotografia diventa un elemento secondario rispetto agli effetti speciali.

Particolarmente tagliente è la sua critica al metodo di lavoro di molti registi contemporanei, che preferiscono girare quantità enormi di materiale per poi "scoprire" il film in sala di montaggio, anziché progettare con precisione ogni inquadratura sul set. Per Deakins, abituato a lavorare con autori meticolosi come i Coen e Villeneuve, questo approccio è semplicemente "sciatto e pigro". La sua filosofia è esattamente opposta: trovare la scena prima, costruirla con intenzione, fare in modo che ogni inquadratura sia parte attiva della narrazione.

Il suo è un vero e proprio atto d'accusa contro un sistema che ha trasformato la fotografia cinematografica da arte artigianale a mero supporto tecnico. Deakins vede scomparire sotto i suoi occhi un mestiere che ha praticato per decenni con risultati straordinari, collaborando con registi del calibro di Sam Mendes, i Coen, Villeneuve e molti altri. La sua domanda retorica finale suona come una sentenza: Hollywood produrrebbe oggi un film come Hud il selvaggio? La risposta, purtroppo, è probabilmente no.

Le parole di Deakins arrivano in un momento particolare per l'industria cinematografica, stretta tra la competizione delle piattaforme streaming, il dominio dei blockbuster ad alto budget e la progressiva marginalizzazione del cinema d'autore nelle sale. Con i suoi ottant'anni e una carriera leggendaria alle spalle, il direttore della fotografia britannico può permettersi di dire ciò che molti pensano ma pochi osano esprimere pubblicamente. Resta da vedere se il suo grido d'allarme troverà ascolto in un'Hollywood sempre più orientata verso l'efficienza produttiva e la spettacolarizzazione a tutti i costi, o se il cinema come forma d'arte artigianale continuerà la sua lenta, inesorabile scomparsa.

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