Sigfrido Ranucci vive da anni con una consapevolezza agghiacciante: «Io vivo, ormai da anni, con la sensazione che possa accadermi qualcosa da un momento all'altro». Non è paranoia, è la realtà di chi ha fatto del giornalismo d'inchiesta la propria ragione di vita. Il conduttore di Report, 64 anni, romano doc (anche se gli amici lo chiamano affettuosamente «Sigghi»), ha imparato a convivere con questa tensione adottando quella che definisce "la tecnica del trapezista", suggeritagli dal suo storico direttore Roberto Morrione, fondatore di RaiNews24: «Quando diventi l'obiettivo di qualcuno, salta sul prossimo trapezio. Così sarà più difficile prenderti». E di trapezi, nella sua carriera, ne ha afferrati parecchi: dall'inchiesta sul fosforo bianco utilizzato dalle truppe americane a Falluja, al ritrovamento dell'ultima intervista di Paolo Borsellino sui legami tra Marcello Dell'Utri, Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi, fino al video dell'incontro in autogrill tra Matteo Renzi e l'agente segreto Marco Mancini.
La notte tra il 16 e il 17 ottobre scorso, però, qualcosa è andato oltre ogni limite: una bomba ha distrutto la sua auto e quella della figlia, parcheggiate davanti alla villetta di Pomezia dove vivono. Un attentato in piena regola, che non ha piegato Ranucci: pochi giorni dopo era già tornato in onda, saltando su un altro trapezio. L'ultimo, in ordine cronologico, è la scoperta di un software spia installato sui pc dei magistrati per sorvegliarli. E qui il giornalista si fa ancora più serio, socchiudendo gli occhi fino a farli diventare fessure: «Ci troviamo di fronte a qualcosa molto più grande di quanto si possa immaginare».
Non sono solo i magistrati a essere sorvegliati, spiega nell'intervista pubblicata sul numero 7 di Vanity Fair in edicola dal 4 febbraio. L'origine del fenomeno va cercata oltreoceano: «Basta leggere le dichiarazioni della tecno-destra americana della Silicon Valley: la loro è stata una vera e propria opera di colonialismo. Hanno creato una dipendenza grazie alla quale ci sorvegliano e mantengono intatti capitali e supremazia». Per questo ha scritto il libro Navigare senza paura (Salani, 128 pagine, 19,90 euro), un libro-game realizzato insieme al figlio Giordano per insegnare ai ragazzi a orientarsi in Rete senza cadere nelle trappole del digitale.
La gestione di Report è diventata, nelle sue parole, «una macchina infernale». Il programma è passato da 16 puntate da 80 minuti a 24 puntate da 160 minuti: «Significa trovare almeno tre argomenti originali ogni settimana, un impegno enorme». La squadra è composta da otto persone in redazione, 14 giornalisti che a turno realizzano le inchieste, più filmmaker, montatori e tecnici. Eppure molti collaboratori sono partite Iva e rischiano di essere spostati nelle sedi regionali dei Tg se venissero assunti: «Ho protestato molto contro questa decisione. A giugno potrei avere l'organico svuotato».
Nonostante questo, Ranucci ribadisce la sua fedeltà alla Rai: «Io sono nato in Rai e qui vorrei rimanere fino a quando scatterà l'ora della pensione, nell'agosto 2028». Solo dopo, eventualmente, valuterebbe altre proposte, compresa quella di Urbano Cairo. Ma c'è un'amara constatazione: «Senza presunzione, sono il giornalista più premiato della Storia della Rai. Però, a pochi anni dalla pensione, resto un semplice caporedattore: la carica di vice direttore Approfondimenti è solo sulla carta. Questo perché, nonostante quello che dicono, non ho mai avuto spinte politiche».
L'accusa di essere «in quota M5S» lo fa sorridere amaramente: «La maggior parte di chi guarda Report vota Movimento a 5 Stelle, che è stato fondato su principi etici affini a quelli del mio programma, come la legalità, la trasparenza della pubblica amministrazione. Detto questo, Report non ha mai avuto amici». E smentisce l'ossessione per Fratelli d'Italia con i dati: «Se ripercorriamo tutte le puntate, la persona oggetto di più inchieste è stato l'ex ministro Roberto Speranza, del Pd, seguito da Matteo Renzi».
Sul fronte legale, Ranucci vanta un record invidiabile: 80 contenziosi aperti, 240 da quando ha cominciato la carriera, e tutte le cause vinte finora. Compresa l'ultima vittoria: il tribunale di Roma ha annullato la multa da 150mila euro comminata dal Garante della Privacy a Report per la divulgazione dell'audio tra Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini sul caso Maria Rosaria Boccia. «Ogni volta, però, che fatica respingere gli attacchi! Ogni tanto mi chiedo: chi me lo fa fare?».
La risposta arriva dal ricordo di una lettera ricevuta da una ragazza malata di tumore, morta poco dopo: «Mi ringraziava per il lavoro svolto per il bene comune. Una cosa così non ha prezzo». Anche se un prezzo, letteralmente, c'è stato: la bomba sotto casa. «Eh va beh, bisognerà pure che qualcuno lo paghi, questo prezzo». Sull'attentato ha idee chiare: «Ci sono delle piste. Lasciamo che magistrati e carabinieri facciano il loro lavoro». Esclude il coinvolgimento diretto della politica, ma non nasconde il sospetto di essere sotto controllo: «Mi viene difficile immaginare che non sia così, visto che quella sera avevo avvertito solo la cerchia famigliare che stava rientrando a casa».
Ora la scorta è stata rinforzata: due macchine blindate e l'esercito davanti a casa. «La scorta è diventata un po' come una famiglia allargata. Tanto che, quando esce l'ennesima accusa di dossieraggio o di bullismo sessuale, i miei agenti mi dicono: "Dotto', noi siamo sempre con lei, quand'è che ha tempo di fare tutte 'ste cose?"». Quest'ultima accusa, risalente al 2021, fu veicolata da una lettera anonima: «È stato l'unico caso di MeToo senza il Me, perché non c'erano denunce nei miei confronti», spiega nel libro La scelta (Bompiani, 2024), dove si apre anche sulla vita privata, raccontando la crisi matrimoniale con la moglie Marina dopo 45 anni insieme e le relazioni successive.
Il prezzo più alto lo pagano i figli, che gli hanno chiesto più volte di mollare, «l'ultima settimana scorsa». Ma Ranucci è irremovibile: «Non posso. Sarebbe un messaggio devastante: per me, per loro, per tutti. Significherebbe che basta essere attaccati per fare un passo indietro». La paura c'è, la riconosce: «Ce l'ho, altrimenti sarei incosciente. E l'incoscienza è pericolosa. Ma non è tanto importante avere paura: l'importante è superarla. Sennò vincono loro». Insonne per natura come la madre, dorme solo tre ore a notte. Ma i suoi trapezi continuano a tenerlo in equilibrio, sospeso tra il dovere di informare e il rischio di pagare il prezzo più alto per la verità.
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