Sigourney Weaver continua a sorprendere il pubblico internazionale: mentre è impegnata nella promozione mondiale di Avatar: Fire and Ash (dove attraverso la performance capture dà vita alla quattordicenne Kiri), l'attrice settantaseienne ha regalato una riflessione toccante e lucida sul personaggio che l'ha resa leggendaria. Al Red Sea International Film Festival in Arabia Saudita, la Weaver ha raccontato la genesi della sua Ellen Ripley, l'icona indiscussa della saga Alien, rivelando un retroscena affascinante: quello che oggi consideriamo un manifesto femminista ante litteram nacque, in realtà, da un'intuizione puramente narrativa degli sceneggiatori.
"Stavamo solo cercando di fare un buon piccolo film", ha spiegato l'attrice con disarmante sincerità. Gli sceneggiatori del primo Alien di Ridley Scott, uscito nel 1979, avevano architettato una sceneggiatura popolata da dieci uomini, "un campeggio di maschi nello spazio, tipo camionisti zozzi nello spazio", come l'ha definita la stessa Weaver. La trovata geniale fu proprio questa: il pubblico non avrebbe mai immaginato che la giovane donna sarebbe stata l'eroe della situazione, l'unica sopravvissuta. Una scelta dettata dall'efficacia drammaturgica più che da un'agenda dichiaratamente femminista, anche se il risultato finale parlò un linguaggio diverso e rivoluzionario.
La Weaver, che ha interpretato Ripley in quattro lungometraggi della franchise tra il 1979 e il 1997, ammette oggi di comprendere appieno la portata culturale del personaggio solo con il senno di poi. "Mi rendo conto ora che era in anticipo sui tempi, com'era sempre coi film di allora", ha dichiarato al festival saudita. L'attrice si dice ancora stupita dall'impronta duratura lasciata da Ellen Ripley nell'immaginario collettivo: "Forse perché ci ricorda che tutte possiamo fare affidamento su noi stesse, non abbiamo bisogno di un uomo che ci salva e robe del genere".
Particolarmente significativa è stata l'evoluzione del personaggio in Aliens - Scontro finale (1986), il sequel diretto da James Cameron che trasformò Ripley da sopravvissuta traumatizzata a guerriera determinata. "Era la prima volta che lavoravamo insieme e sto ancora lavorando con lui", ha ricordato la Weaver, sottolineando la continuità della collaborazione culminata nella saga di Avatar. Con Cameron capì definitivamente l'importanza assunta da Ripley: il regista le aveva costruito attorno un intero film, una storia universalmente identificabile in cui il personaggio veniva isolato dalla società e costretto a salvare la situazione contro la propria volontà. "È una sceneggiatura scritta in modo magnifico", ha commentato con evidente affetto.
Il tempismo delle dichiarazioni della Weaver è particolarmente interessante considerando il panorama attuale della franchise Alien, che continua a espandersi con nuovi capitoli e ha recentemente visto l'uscita di Alien: Romulus. La riflessione dell'attrice su come Ripley sia diventata spontaneamente e naturalmente un'icona femminista, senza forzature ideologiche ma attraverso la pura forza narrativa, offre una lezione preziosa su come i personaggi memorabili nascano dalla creatività autentica piuttosto che da manifesti programmatici.
Nel contesto dell'Hollywood anni Ottanta dominata dal machismo e dagli eroi muscolosi, la Ripley della Weaver rappresentò una rottura silenziosa ma devastante degli stereotipi di genere. Eroina suo malgrado nel primo film, poi dura e indistruttibile nel sequel di Cameron, il personaggio ha attraversato quattro decenni mantenendo intatta la propria rilevanza culturale. E mentre l'attrice si prepara al ritorno nelle sale con il nuovo capitolo della saga di Avatar, la sua eredità cinematografica continua a ispirare generazioni di spettatrici che in Ripley hanno trovato la conferma che l'eroismo non ha genere.
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