Stefano Feltri: "L'Africa misura il caos globale"

L'Africa invoca il multilateralismo mentre le grandi potenze si ritirano. Il continente emerge come difensore di un ordine globale basato su regole condivise.

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Autore: Redazione ,
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L'Africa si trova in una posizione paradossale: mentre le speranze di sviluppo economico continuano a infrangersi contro la dura realtà dei dati economici, il continente africano sta emergendo come l'ultimo difensore inaspettato di un ordine mondiale basato su regole condivise. In un panorama geopolitico sempre più frammentato, dove le grandi potenze si ritirano o cambiano strategia, sono proprio i Paesi africani a invocare disperatamente quel multilateralismo che sembrava ormai superato.

Non è un caso che il G20 di novembre si sia svolto in Sudafrica, tentativo simbolico di preservare una governance globale che sta letteralmente collassando sotto il peso di conflitti armati, guerre commerciali e il clamoroso disimpegno americano. Nazioni come l'Angola, ricche di risorse strategiche, hanno bisogno più che mai di un sistema internazionale che vada oltre le mere relazioni di potere, le quali rischiano di tradursi in nuove forme di sfruttamento coloniale.

Il vuoto di potere che si sta creando nel continente è eloquente. La Cina, un tempo vista come partner economico privilegiato, ora suscita crescente diffidenza: i prestiti della Nuova Via della Seta per finanziare infrastrutture si sono rivelati spesso una trappola del debito, con interessi insostenibili e ingerenze politiche di Pechino. Gli Stati Uniti, nei primissimi giorni dell'amministrazione Trump, hanno smantellato il sistema Usaid di aiuti umanitari e cooperazione che garantiva una presenza strategica in molti Paesi africani.

L'Africa non è al centro delle relazioni internazionali, ma è il termometro che misura il caos globale

L'Unione europea, spinta dall'ascesa delle destre nazionaliste, si sta riducendo a trattare l'Africa esclusivamente come un problema migratorio da contenere. Non c'è alcun tentativo significativo di riempire lo spazio politico lasciato vuoto da Stati Uniti e Cina: investire sulla cooperazione internazionale non è più popolare, e ogni intervento deve essere giustificato con argomenti di sicurezza nazionale o accesso a materie prime strategiche come le terre rare.

La Francia, travolta dalla crisi politica interna nel crepuscolo dell'era Macron, ha rinunciato a ogni politica africana coerente, abbandonando Paesi cruciali come il Mali agli assalti delle milizie islamiste. L'Italia ha perso progressivamente il controllo sulla sempre più frammentata Libia, dove l'ossessione per i migranti rende il governo vulnerabile a ricatti e umiliazioni pubbliche, come quella subita dal ministro dell'Interno Matteo Piantedosi respinto a luglio dal generale Khalifa Haftar.

In questo vuoto di potere occidentale si sono inseriti nuovi attori regionali: Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti competono per l'egemonia nel Golfo anche attraverso l'influenza sulle crisi africane come quella devastante del Sudan. La Russia ha favorito una serie di colpi di Stato attraverso i mercenari della Wagner, salvo poi rendersi conto di non avere le energie per sostenere un'influenza globale, mentre rimane impantanata sul fronte ucraino.

A complicare ulteriormente il quadro c'è Donald Trump, che mentre taglia drasticamente gli aiuti accusa il governo sudafricano di "genocidio" ai danni dei bianchi locali e il giorno di Natale bombarda la Nigeria per colpire Boko Haram, in risposta alle pressioni del movimento Maga per proteggere i cristiani. Il continente africano, pur non essendo al centro della scena geopolitica globale, si conferma il termometro più sensibile per misurare la temperatura del caos internazionale.

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