Tommaso Basili in 'Colpa dei sensi' su Canale 5

Tommaso Basili interpreta Enrico in "Colpa dei sensi" su Canale 5: un marito elegante ma fragile, diviso tra controllo razionale e caos emotivo.

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Autore: Redazione ,
Serie TV
4' 48''
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Il contrasto tra immagine esterna e fragilità interiore è il territorio che Tommaso Basili esplora con più passione, sul set come nella vita. E proprio questo equilibrio precario tra forza apparente e vulnerabilità nascosta diventa la chiave del suo Enrico in Colpa dei sensi, la serie melodrammatica che debutta su Canale 5 dal 30 gennaio. Affiancato da Anna Safroncik e Gabriel Garko, l'attore interpreta un marito dall'eleganza impeccabile ma attraversato da crepe invisibili, un personaggio che sembra incarnare perfettamente quella distanza tra controllo razionale e caos emotivo che Basili riconosce anche in se stesso. In un'intervista esclusiva rilasciata a Virgilio Notizie, l'attore si racconta senza filtri, mescolando riflessioni sul mestiere, ricordi d'infanzia e una sincerità rara nel panorama dello spettacolo italiano.

La complessità di Enrico affonda le radici in un'osservazione personale dell'attore. "Ho conosciuto diversi amici di mio padre, grandi industriali", spiega Basili. "All'apparenza sembravano inamovibili, quasi inaccessibili. Poi, conoscendoli meglio, emergevano le loro insicurezze. Uomini molto fragili, anche se non lo avresti mai detto". Il personaggio della serie in prima serata vive proprio questa dicotomia: ordine fuori, caos dentro. Ma è nel modo in cui Basili parla del suo lavoro che emerge la vera natura del suo approccio alla recitazione. Per lui non si tratta mai di semplice interpretazione tecnica, ma di un processo che definisce "una questione vitale", un percorso di autoconoscenza che passa attraverso la frustrazione e il dubbio costante.

"Ogni volta che ricevo una parte, la felicità dura dieci minuti", confessa con disarmante onestà. "Poi subito dopo arriva il pensiero: 'Non ne sono capace. Ho fatto un buon provino, d'accordo… ma ora come lo costruisco, questo personaggio?'". È la sindrome dell'impostore portata al grado di combustibile creativo, un'insicurezza che non scompare nemmeno dopo collaborazioni internazionali come quella con Ryan Murphy in The Beauty o ruoli importanti in produzioni di prestigio. Basili ammette di essere "estremamente severo" con se stesso, al punto che il senso di legittimità non gli arriva dall'esterno ma deve conquistarlo internamente, ogni volta da capo.

Quella che potrebbe sembrare debolezza diventa invece il motore di un'intensità interpretativa che l'attore collega direttamente alla sua sensibilità. "Sono molto empatico", spiega. "Il che, da un lato, è positivo. Dall'altro, a volte è complicato. Tendo sempre a mettermi nei panni degli altri, a cercare di capirli, a giustificarli". È una caratteristica che rivendica con determinazione, in un'epoca in cui la vulnerabilità maschile viene ancora troppo spesso considerata un limite piuttosto che una risorsa. Per Basili, invece, quella sensibilità rappresenta un tratto identitario fondamentale, qualcosa da proteggere nonostante l'esposizione che comporta.

Credo che se impari presto a sentirti 'abbastanza', fai meno errori

Il rapporto con il cinema affonda le radici nell'infanzia. Basili si descrive come un bambino "molto dentro la mia testa", estremamente impressionabile e romantico, quello che la madre definiva "un'anima di ottocento anni". Le VHS consumate di Indiana Jones, I Goonies, Il nome della rosa e Il pranzo di Babette hanno plasmato non solo il suo gusto cinematografico ma anche il suo modo di guardare il mondo. "Il cinema è l'unica cosa che riesce a restituirmi quello sguardo di allora", rivela. "Crescendo, tutto tende a diventare più banale, più piatto. Ma il cinema, almeno per come lo vivo io, restituisce la straordinarietà delle cose".

Quella fascinazione per il passato lo aveva spinto inizialmente verso l'archeologia, un sogno mai realizzato ma mai del tutto abbandonato. Racconta di un'esperienza vissuta in Turchia durante le riprese di una serie storica, quando interpretava Costantino Paleologo. Visitando Santa Sofia, scoprì una scritta incisa nel 1400 su un muro del terzo piano: "Mi sono immaginato chi l'avesse incisa, con cosa, cosa vedesse da quella finestra". Quella stessa capacità di immaginare vite passate, di dare corpo a fantasmi e contraddizioni, è ciò che alimenta oggi il suo lavoro d'attore.

Prima di dedicarsi completamente alla recitazione, Basili ha lavorato in azienda, facendo mestieri che lo facevano "sentire spegnere". La svolta è arrivata dieci anni fa, con un inizio relativamente tardivo ma animato da un'urgenza precisa. "Alla base della motivazione che ci spinge a fare questo mestiere c'è un bisogno semplice e potente: essere amati e riconosciuti", ammette senza giri di parole. "È un lavoro che vive di approvazione e consenso. Se una persona si sentisse già pienamente amata, stimata, completa… forse sentirebbe meno l'urgenza di essere vista". Una consapevolezza profonda delle proprie motivazioni che non elimina la spinta, ma la rende più lucida.

Nella vita privata, Basili vive da dieci anni una relazione importante con una compagna inglese, un legame che considera "un grande dono" e che difende con la stessa determinazione con cui protegge la propria sensibilità. "Se l'amore arriva, vada rispettato, custodito", afferma con convinzione. "Servono rispetto, impegno, voglia di farlo funzionare. Per me è qualcosa di sacro". Il modello lo ha trovato nei genitori: "Avrebbero dato la vita per me", dice pensando al padre scomparso e alla madre ancora presente. E proprio nell'educazione ricevuta trova la risposta a cosa vorrebbe trasmettere a un figlio, speranza che coltiva insieme alla compagna: "Vorrei solo che potesse dirsi, con onestà: 'Sono abbastanza'. Per me, tutto parte da lì".

Sul rapporto con l'Italia, Basili non nasconde l'ambivalenza. Nato in Sardegna, cresciuto sul lago di Como, con radici marchigiane e cinque fratelli sparsi tra Spagna, Norvegia e Stati Uniti, si definisce "italiano ma non praticante" – almeno fino a qualche tempo fa. Oggi quel legame si è rafforzato, pur mantenendo uno sguardo critico: "Abbiamo tutto. Eppure, spesso non sfruttiamo il nostro potenziale. Dico sempre: per capire davvero l'Italia, bisogna andarsene. Solo così puoi fare dei paragoni". Un amore viscerale ma lucido, come quello che riserva al cinema e alla recitazione: fatto di passione autentica ma anche di consapevolezza delle contraddizioni, senza mai smettere di cercare, in ogni ruolo e in ogni giorno, quel punto d'appoggio interiore che non viene dai consensi esterni ma dalla verità con cui si attraversa l'esperienza.

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