Trapianto fallito al Monaldi: nuovi indagati

L'indagine sul trapianto di cuore danneggiato al Monaldi di Napoli si estende a Bolzano: sotto esame l'uso del ghiaccio secco nel trasporto dell'organo.

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Autore: Redazione ,
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Una vicenda che scuote profondamente il mondo della sanità italiana e che si fa sempre più complessa: l'inchiesta sul trapianto di cuore danneggiato eseguito su un bambino all'ospedale Monaldi di Napoli varca i confini campani e raggiunge Bolzano, città da cui proveniva l'organo. La procura altoatesina ha trasmesso i propri atti a quella partenopea, aprendo una nuova fase investigativa che punta a fare piena luce su una catena di decisioni potenzialmente fatali. Il piccolo paziente è oggi tenuto in vita da sistemi di supporto vitale, e le sue condizioni critiche rendono impossibile sottoporlo a un nuovo trapianto.

Al centro dell'indagine c'è una scelta apparentemente tecnica ma dalle conseguenze devastanti: l'utilizzo del ghiaccio secco al posto del comune ghiaccio d'acqua per il trasporto dell'organo. Mentre il ghiaccio tradizionale mantiene la temperatura intorno agli zero gradi, il ghiaccio secco — composto da anidride carbonica solidificata — raggiunge i -78°C, una temperatura talmente estrema da poter provocare una vera e propria ustione da gelo sui tessuti dell'organo. È esattamente questo, secondo gli inquirenti, ciò che sarebbe accaduto al cuore destinato al bambino durante il tragitto da Bolzano a Napoli.

La procura di Napoli intende ora ricostruire con precisione il momento in cui è stata presa la decisione di ricorrere al ghiaccio secco, risalendo la catena di responsabilità operativa e decisionale. Gli atti trasmessi da Bolzano rappresentano un tassello cruciale in questo senso: chiarire chi ha scelto quel metodo di raffreddamento e perché è l'obiettivo investigativo più urgente.

Il ghiaccio secco raggiunge i -78°C: una temperatura che avrebbe provocato un'ustione da gelo nell'organo destinato al bambino.

Ma non è solo il tipo di ghiaccio a finire sotto la lente degli investigatori. Un secondo filone dell'inchiesta riguarda il contenitore utilizzato per il trasporto del cuore. Secondo quanto emerso, non si tratterebbe di un dispositivo di ultima generazione — standard ormai consolidato per trasporti di organi così delicati — bensì di un modello più vecchio e meno adeguato. L'ipotesi al vaglio degli inquirenti è che la scelta errata del contenitore possa essere riconducibile a una lacuna nella formazione del personale coinvolto nel trasporto, anche se resta ancora da accertare se questo fattore abbia concretamente contribuito al danneggiamento dell'organo.

Le prossime settimane saranno decisive: come anticipato dal quotidiano La Repubblica, verranno ascoltati nuovi testimoni e sarà acquisito l'audit interno del Monaldi, il documento di autovalutazione che l'ospedale ha prodotto sugli eventi. Anche la madre del bambino è coinvolta nel procedimento, e la sua testimonianza potrebbe aggiungere elementi importanti alla ricostruzione della vicenda.

Un caso che interroga l'intero sistema sanitario italiano sulle procedure di trasporto degli organi, sulla formazione del personale specializzato e sui protocolli di sicurezza che dovrebbero rendere impossibili errori di questo tipo. Mentre la magistratura lavora per attribuire le responsabilità, una famiglia attende risposte che nessuna sentenza potrà mai rendere sufficienti.

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