Uccide la madre a mani nude: "Ora sono libero"

Un operaio di 59 anni è sotto processo per aver ucciso la madre 78enne nella sua casa a Puegnago. L'uomo ha raccontato in aula i dettagli della tragedia.

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Autore: Redazione ,
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Un uomo che non trovava il coraggio di allontanarsi dalla madre, ma che ha trovato la forza brutale di strangolarla con le proprie mani. È il drammatico paradosso che emerge dalle deposizioni di Mauro Pedrotti, 59 anni, operaio della Valtenesi sotto processo per l'omicidio volontario aggravato di Santina Delai, sua madre di 78 anni. La donna fu uccisa nella propria abitazione a Puegnago il 2 febbraio 2024, in una tragedia familiare che aveva inizialmente l'apparenza di una rapina finita nel sangue.

Durante l'udienza di giovedì in Corte d'assise, l'imputato ha ricostruito i momenti che hanno preceduto il delitto, rivelando dettagli agghiaccianti di quella mattina. Erano le 5 del mattino e Pedrotti, prima di recarsi al lavoro, salì nell'appartamento della madre sapendo che era già sveglia per le faccende domestiche. Quando si sono incontrati, Santina avrebbe ripreso l'argomento che da giorni alimentava tensioni tra loro: la possibile vendita della casa di famiglia.

Il movente dell'omicidio affonda le radici in una disputa apparentemente banale ma che celava dinamiche familiari complesse. Pedrotti aveva in programma di trasferirsi con la moglie a Gavardo, dove vive la figlia della coppia, e questo progetto richiedeva di lasciare l'abitazione materna. Santina Delai si opponeva categoricamente a questa decisione, arrivando secondo il racconto del figlio a pronunciare parole pesanti: "La casa non devi venderla, tuo padre si rivolterebbe nella tomba: se tua moglie vuole andare, separati".

Le tensioni erano esplose già durante un pranzo del 28 gennaio, pochi giorni prima del delitto. Quel giorno madre e figlio avevano litigato animatamente, ma nessuno poteva immaginare l'epilogo drammatico che si sarebbe consumato appena cinque giorni dopo. "Quando ci siamo visti, mi ha parlato ancora della casa e io non ci ho visto più, anzi ci ho visto tutto nero", ha dichiarato Pedrotti in aula, descrivendo il momento in cui ha afferrato la madre per il collo e l'ha strangolata.

Non aveva il coraggio di andarsene, ma ha trovato la forza di ucciderla

L'assassino ha tentato di depistare le indagini simulando una rapina andata male, ma il castello di menzogne è crollato rapidamente. Dopo un lunghissimo interrogatorio nelle caserme dei carabinieri di Salò e Brescia, Pedrotti ha ceduto e confessato l'omicidio. Le indagini, coordinate dalla pubblico ministero Ines Bellesi, hanno portato al suo arresto in poche ore, smascherando la messinscena.

In aula, l'operaio molto conosciuto nella zona della Valtenesi ha ammesso che l'idea di uccidere la madre gli era balenata già dopo il litigio del 28 gennaio. "Già dopo il pranzo avevo pensato di ammazzarla", ha confessato senza giri di parole. Le sue dichiarazioni hanno rivelato un rapporto soffocante e conflittuale: "Non ne potevo più, s'intrometteva in tutto", ha spiegato per giustificare il gesto estremo.

Il contrasto tra la dipendenza emotiva e la violenza omicida emerge con forza dalle parole dello stesso imputato. Pedrotti ha ammesso di non aver mai trovato il coraggio di prendere le distanze dalla madre: "Mi voleva sempre vicino", ha dichiarato. Eppure, quello stesso uomo incapace di affrontare un distacco è stato capace di compiere il gesto più brutale e definitivo.

Subito dopo il delitto, secondo quanto emerso, Pedrotti avrebbe pronunciato frasi che rivelano il senso di liberazione provato: "Adesso sono libero, non ho più la civetta sul collo". Parole che testimoniano quanto il rapporto con la madre fosse vissuto come una gabbia opprimente, ma che contrastano drammaticamente con la brutalità del gesto compiuto.

Ora, a quasi due anni dal delitto, l'imputato si dice pentito. "Se potessi tornare indietro, lo farei", ha affermato durante l'udienza. Parole che arrivano però quando ormai è troppo tardi per riparare all'irreparabile. Il processo prosegue e la prossima udienza, fissata per il 22 gennaio, dovrebbe essere quella conclusiva con la sentenza della Corte d'assise.

La vicenda di Puegnago rappresenta l'ennesima tragedia familiare in cui dinamiche relazionali malate sfociano nella violenza estrema. Un figlio sposato e padre, con una vita apparentemente normale, che per liberarsi da quello che percepiva come un controllo soffocante ha scelto la via più atroce, distruggendo non solo la vita della madre ma anche la propria esistenza e quella dei suoi familiari.

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