Valeria Golino: «Solo io potevo essere la protagonista»

Il regista Nicolangelo Gelormini indaga l'omicidio di Gloria Rosboch con un approccio psicologico, lontano dal sensazionalismo del true crime.

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Autore: Redazione ,
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Il cinema italiano si confronta con una delle pagine più inquietanti della cronaca recente attraverso uno sguardo che rifugge il sensazionalismo per abbracciare l'indagine psicologica. La gioia, il nuovo film di Nicolangelo Gelormini presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia, rilegge l'omicidio di Gloria Rosboch – l'insegnante torinese uccisa nel gennaio 2016 dal suo ex studente Gabriele Defilippi – attraverso una lente che non cerca colpevoli da condannare, ma anime perdute da comprendere. Dal 12 febbraio nelle sale italiane grazie a Vision Distribution, l'opera può contare su un cast stellare capitanato da Valeria Golino, affiancata da Saul Nanni, Jasmine Trinca e Francesco Colella.

Il regista è netto nel prendere le distanze dal fenomeno del true crime che domina piattaforme streaming e podcast: "Non siamo nei territori del true crime perché non c'è giudizio. Il nostro obiettivo era comprendere fino in fondo la diseducazione emotiva dei personaggi, non soddisfare una curiosità morbosa". La sceneggiatura – firmata da Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori insieme a Chiara Tripaldi e allo stesso Gelormini, vincitrice ex aequo del Premio Franco Solinas 2021 – affonda le radici nella pièce teatrale Se non sporca il mio pavimento di Scarpinato e Gioia Salvatori, ma si emancipa dalla cronaca modificando persino il nome della protagonista.

Quello che doveva essere il debutto registico di Valeria Golino dietro la macchina da presa si è trasformato nell'interpretazione più intensa e stratificata della sua recente carriera. L'attrice racconta il percorso che l'ha portata davanti all'obiettivo anziché dietro: "Per me è una storia talmente importante che, all'inizio, pensavo di dirigerla io. Se l'avessi fatto, non avrei interpretato la protagonista. Sarebbe stato un film completamente diverso, con un'altra cifra stilistica, altre priorità". Eppure, dopo aver incarnato Gioia – questo il nome scelto per la protagonista – Golino confessa una certezza che suona come una dichiarazione d'amore: "Solo io potevo farla. Le altre sarebbero state bravissime, ma questo è il mio modo di sentire il film".

Gioia proietta su Alessio ciò che desidera vedere. C'è un fraintendimento emotivo che nasce dal vuoto interiore dei personaggi e che impedisce a chiunque, in questa storia, di salvarsi

La costruzione del personaggio è passata attraverso un lavoro collettivo certosino, dove ogni dettaglio – dall'acconciatura all'abbigliamento – contribuisce a definire una donna di dolcezza disarmante, attraversata da una sofferenza che emerge senza cercare scorciatoie emotive. Al suo fianco, Saul Nanni – reduce dal successo della serie Netflix Il Gattopardo dove interpretava Tancredi – veste i panni di Alessio, il giovane carnefice mosso dal nulla. "La gioia ruota attorno a come il personaggio di Valeria vive l'incontro con il ragazzo", spiega l'attore. "Alessio non è mosso da altro se non dalla superficialità. Forse ha paura di chi è, o di ciò che è diventato".

Il rispetto è stata la bussola del suo approccio al ruolo, non tanto nella costruzione psicologica di Alessio quanto nel mantenere sempre chiaro il punto di vista narrativo: quello di Gioia, la donna che proietta sul ragazzo desideri e speranze che esistono solo nella sua solitudine. Golino non ha dubbi sulla scelta del giovane attore, definendolo affettuosamente "la mia gioia", insieme a Jasmine Trinca che interpreta la madre di Alessio, figura avvolta da un egoismo che trascina il figlio verso l'abisso.

"Il cinema non è un tribunale", osserva la Trinca con lucidità. "Il giudizio si perde, ma resta uno strumento capace di far emergere l'inconscio in modo violento, sia individuale sia collettivo. La mia è una madre che non ha mai fatto esperienza di cosa significhi davvero amare ed essere amati, e quindi essere visti". Una riflessione che travalica il personaggio per interrogare la società contemporanea e la sua incapacità di prendersi cura delle anime perdute che la attraversano.

A completare il quadro delle presenze insalvabili c'è Francesco Colella, che interpreta la figura ispirata a Roberto Obert, corresponsabile reale nella vicenda di Gloria Rosboch. L'attore non cerca riscatti per il suo personaggio: "Non sono d'accordo quando si dice che non bisogna giudicare un personaggio. Si può anche disprezzare qualcuno che si sta interpretando. L'ossessione di restituire sempre umanità o dignità rischia di togliere più che di aggiungere. Il mio è un uomo mosso solo dal denaro e dall'eccitazione sessuale".

Gelormini sottolinea come il suo sguardo miri a illuminare eventi specifici per renderli universali, superando il confine del fatto di cronaca: "Gioia proietta su Alessio ciò che desidera vedere. C'è un fraintendimento emotivo che nasce dal vuoto interiore e che impedisce a chiunque di salvarsi". Un approccio che trasforma La gioia in un'indagine sulla diseducazione sentimentale, sulla solitudine che genera mostri e sul vuoto che spalanca abissi insospettabili nella vita quotidiana, lontano dalla curiosità morbosa del true crime e vicino a quella del cinema d'autore che osa guardare nell'ombra senza voltare lo sguardo.

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