Raccontare l’umanità: l’arte della messa in scena in Tokyo Godfathers

Se il cinema neorealista italiano cercava la verità, Kon compie un'operazione parallela nel regno dell'animazione con Tokyo Godfathers.

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Autore: Giulia Serena ,

Satoshi Kon è il prestigiatore del cinema d'animazione, il regista che ha costruito la sua intera poetica sulla decostruzione della realtà. Nei suoi labirinti mentali, il montaggio diventa un'arma che dissolve i confini tra sogno e veglia, tra memoria e presente. Paprika è un'esplosione onirica, Perfect Blue un thriller psicologico che frammenta l'identità, Millennium Actress un viaggio attraverso il tempo e la memoria fusi in un unico, inestricabile flusso di coscienza. E poi, in questo canone dell'illusione, c'è Tokyo Godfathers. Un film che, a un primo sguardo, sembra quasi un'anomalia.

Kon, il maestro del surreale, firma un'opera che si ancora prepotentemente al suolo, al gelo dell'asfalto di Tokyo, per raccontare la storia di tre senzatetto. Ma è proprio in questa apparente semplicità, in questa scelta radicale di non usare i suoi celebri trucchi di montaggio per alterare la percezione, che si svela la sua genialità registica più profonda. Kon non rinuncia alla sua arte, la riorienta. Usa l'intera gamma espressiva dell'animazione non per mostrare l'inconscio, ma per umanizzare il reale, per dirigere i suoi "attori" animati con una precisione e una sensibilità che rivaleggiano con il miglior cinema dal vero. Tokyo Godfathers è il suo capolavoro di messa in scena, un saggio visivo su come l'animazione possa raccontare l'umanità con una grazia e una crudezza uniche. 

Nexo Studios riporta sul grande schermo Tokyo Godfathers, un altro imperdibile titolo del maestro dell’animazione giapponese Satoshi Kon. Considerato uno dei film più amati e iconici del regista, il lungometraggio è un moderno classico capace di intrecciare commedia, dramma e speranza con quella sensibilità unica che ha reso Kon una voce insostituibile nel panorama del cinema d’animazione.

L’appuntamento in sala è fissato per il 24, 25 e 26 novembre, tre giornate speciali durante le quali il pubblico potrà riscoprire la magia di questo gioiello in versione restaurata, tornando a vivere sul grande schermo l’atmosfera intensa e visionaria che solo Satoshi Kon sapeva evocare. L’elenco completo delle sale e link acquisto ai biglietti è disponibile su nexostudios.it. Cultura POP è media partner dell'evento.

Il neorealismo animato di Kon

Se il cinema neorealista italiano di De Sica o Rossellini cercava la verità portando la cinepresa nelle strade distrutte del dopoguerra e usando attori non professionisti, Kon compie un'operazione parallela nel regno dell'animazione. Ovviamente, non può "trovare" la realtà, deve costruirla da zero. E lo fa con una scelta stilistica che definisce l'intero film: il rifiuto dell'idealizzazione. La Tokyo di questo film non è la metropoli high-tech o la cartolina turistica, è un paesaggio di vicoli sporchi, parchi innevati, montagne di rifiuti e stazioni della metropolitana deserte. Kon e il suo team artistico caricano ogni fotogramma di dettagli "inutili" alla trama ma essenziali per la verosimiglianza: i sacchetti di plastica che svolazzano, il vapore del respiro, la sporcizia sotto le unghie, la consistenza oleosa dei capelli non lavati.

In questo, la sua "camera" si muove in modo sorprendentemente realistico. Sebbene l'animazione permetta una libertà di movimento divina, Kon spesso ancora la sua camera a terra. I suoi personaggi sono ripresi dal basso, o in campi lunghi che ne sottolineano l'isolamento nello spazio urbano. C'è un peso, una gravità nella sua regia che mima quella di una troupe cinematografica che lotta contro gli elementi. Questa scelta di "sporcare" l'immagine, di renderla tattile e imperfetta, è il primo passo per convincerci che Gin, Hana e Miyuki non sono disegni, ma persone.

Una recitazione microscopica: la mimica facciale

Il vero miracolo registico del film risiede nella direzione degli "attori". Kon, libero dai limiti della fisionomia umana, usa l'animazione per creare performance di una densità emotiva sbalorditiva. La mimica facciale dei protagonisti è, infatti, il cuore pulsante del film: non si tratta di espressioni esagerate in stile manga, ma di un'attenzione microscopica ai dettagli del comportamento umano. Il volto di Gin, un uomo di mezza età schiacciato dai debiti e dal rimpianto, è una mappa di fallimenti. Non sono solo le rughe, è il modo in cui i suoi occhi si abbassano per la vergogna, il tremore quasi impercettibile delle mani quando desidera da bere, il sorriso tirato che non raggiunge mai lo sguardo.

Hana, l'ex drag queen dal cuore d'oro, è un capolavoro di recitazione. Il suo volto è un palcoscenico a cielo aperto dove si alternano melodramma, rabbia materna, civetteria e profonda malinconia. Kon non ha paura di disegnarla "brutta" nel pianto, con il trucco colato e il volto congestionato, rendendola infinitamente più reale di qualsiasi eroina patinata. E Miyuki, l'adolescente fuggitiva, comunica tutto il suo mondo interiore attraverso un repertorio di sguardi torvi, labbra serrate e improvvisi, vulnerabili lampi di paura nei suoi occhi. Questa è recitazione pura, ottenuta fotogramma per fotogramma, un controllo totale del regista sull'emozione che nessun attore in carne e ossa potrebbe garantire con tale coerenza.

Il montaggio della chiarezza (e il confronto con ōtomo)

Qui si nota la differenza più marcata con il resto della sua opera e, per esempio, con quella di un altro maestro come Katsuhiro Ōtomo. Il montaggio di Ōtomo, pensiamo ad Akira, è spesso percussivo, grafico, basato su un ritmo sincopato, su un'accelerazione improvvisa e su un impatto visivo quasi fisico. È un montaggio che vuole essere sentito. Anche Kon, in Paprika o Perfect Blue, usa il montaggio in modo aggressivo, ma per scopi psicologici: i suoi celebri match cut dissolvono la realtà, creando un flusso di coscienza liquido.

"La sua regia si fa da parte per lasciare che siano i personaggi e le loro interazioni a dominare la scena"

In Tokyo Godfathers, il montaggio è quasi invisibile. È classico, funzionale, asservito alla narrazione e alla performance. Kon non vuole disorientarci, vuole che siamo presenti con i personaggi. Usa il campo-controcampo non per frammentare la scena, ma per costruire la chimica del dialogo. Le sue transizioni sono pulite. Questa scelta di "arretrare" stilisticamente è un atto di grande maturità registica: Kon capisce che per questa storia, il "trucco" non serve; anzi, distrarrebbe. La sua regia si fa da parte per lasciare che siano i personaggi e le loro interazioni a dominare la scena. L'unico momento in cui il montaggio accelera è durante le sequenze d'azione (come l'inseguimento finale), ma lo fa sempre mantenendo una geografia dello spazio chiara, quasi da cinema d'azione classico.

La teatralità dello spazio e il colore emotivo

Molte delle scene più importanti del film sono girate in lunghi piani-sequenza animati, o in inquadrature fisse che assomigliano a un palcoscenico teatrale. La "casa" dei tre protagonisti, un rifugio di cartone e lamiere, diventa un proscenio. Kon vi posiziona la sua camera e lascia che i personaggi si muovano al suo interno. La sequenza iniziale della vigilia di Natale è emblematica: li osserviamo bisticciare, mangiare, lamentarsi, in un'inquadratura prolungata che stabilisce la loro dinamica "familiare" meglio di qualsiasi dialogo espositivo. Questa regia teatrale crea un senso di intimità, come se stessimo spiando un momento di vita reale.

A questa messa in scena si aggiunge un uso magistrale del colore e della luce: la tavolozza del film è dominata dai blu glaciali, dai grigi sporchi della neve urbana e dal nero dei vicoli. È una Tokyo fredda, inospitale. Kon usa questa freddezza cromatica per farci sentire la condizione fisica dei protagonisti. E su questo sfondo gelido, fa esplodere i contrasti. Il calore non è solo un concetto, è un colore. È il rosso della sciarpa di Hana, è la luce dorata e innaturale che proviene dalla discarica quando trovano la bambina (un'immagine quasi religiosa, da presepe), è il bagliore caldo delle luci natalizie che loro possono solo guardare dall'esterno. Il colore diventa uno strumento emotivo che traccia la mappa del desiderio: la ricerca del calore, di una casa, di una connessione.

Insomma, Tokyo Godfathers dimostra che la regia di Satoshi Kon non era definita solo dalla sua capacità di manipolare la realtà. La sua vera abilità risiedeva nel comprendere e applicare il linguaggio cinematografico con una precisione assoluta, scegliendo lo strumento giusto per la storia giusta. In questo film, lo strumento è stato il realismo. Ha usato la libertà totale dell'animazione per imporsi i vincoli del cinema dal vero, dirigendo i suoi disegni con l'occhio di un neorealista e l'anima di un umanista. Il risultato è un film che non invecchia, perché l'umanità che racconta, con ogni linea, ogni ombra e ogni sguardo, è dolorosamente e meravigliosamente autentica.

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