10 anni fa, la Brexit entrò nell’urna: quello che lo slogan non poteva ancora mostrare

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votò nel referendum sulla permanenza nell’Unione europea; lo scrutinio concluso il 24 giugno 2016 sancì la vittoria del Leave con il 51,9% dei voti.

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Autore: Redazione ,

Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votò nel referendum sulla permanenza nell’Unione europea; lo scrutinio concluso il 24 giugno 2016 sancì la vittoria del Leave con il 51,9% dei voti.

Quella consultazione trasformò la parola Brexit da slogan di campagna a realtà politica. Dieci anni dopo, ancora oggi, il voto pesa su economia, confini, identità nazionale e immaginario pop britannico.

Cosa successe nel Regno Unito il 23 giugno 2016?

Il Regno Unito chiamò alle urne cittadini di Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord e Gibilterra per decidere se restare nell’Unione europea. Secondo la Electoral Commission, il Leave ottenne 17.410.742 voti, il Remain 16.141.241, con affluenza al 72,2%.

Il referendum era stato promesso dal primo ministro conservatore David Cameron e regolato dall’European Union Referendum Act 2015. La domanda era semplice, ma l’esito aprì una crisi istituzionale: Cameron annunciò le dimissioni il 24 giugno 2016.

Il voto non fu uniforme. Inghilterra e Galles portarono avanti il Leave, mentre Scozia e Irlanda del Nord votarono Remain. La frattura territoriale divenne subito uno dei nodi politici della Brexit.

Perché la Brexit cambiò il significato politico di uno slogan?

La Brexit cambiò significato perché rese governabile, o almeno obbligatorio, ciò che in campagna era stato presentato come una formula diretta: riprendere il controllo. Dopo il voto, quel controllo dovette diventare leggi, confini, accordi commerciali e nuove regole migratorie.

Il Regno Unito, Stato insulare dell’Europa occidentale e monarchia parlamentare, era entrato nelle Comunità europee nel 1973. La sua stessa storia istituzionale nasce da unioni e separazioni: il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda fu creato con l’Atto di Unione del 1800, mentre gran parte dell’Irlanda si separò nel 1922.

Nel 2016, quindi, il referendum non riguardò solo Bruxelles. Riaprì domande su sovranità, confini interni, ruolo globale di Londra e rapporto fra cultura britannica, Europa e nostalgia imperiale.

Cosa è cambiato dal 2016 a oggi?

Dal 2016 a oggi il cambiamento centrale è che il Regno Unito ha lasciato formalmente l’Unione europea il 31 gennaio 2020 e ha completato la transizione il 31 dicembre 2020. Da gennaio 2021 è fuori dal mercato unico e dall’unione doganale.

Sulla migrazione, l’Office for National Statistics ha pubblicato il 21 maggio 2026 i dati provvisori per l’anno chiuso a dicembre 2025: la migrazione netta di lungo periodo è stimata a 171.000 persone. Nello stesso periodo, la migrazione netta dei cittadini EU+ è stata negativa per 42.000, segno che più cittadini europei hanno lasciato il Paese di quanti siano arrivati.

L’ONS segnala anche che la libertà di movimento tra Regno Unito e paesi EU+ è terminata nel gennaio 2021. Nel 2025 gli arrivi di cittadini EU+ sono stati stimati in 76.000, molto lontani dal modello pre-Brexit.

Sul commercio, i dati ONS riportati dal Financial Times il 12 febbraio 2026 indicano per il 2025 un deficit britannico record nei beni, pari a 248,3 miliardi di sterline, e un surplus record nei servizi, pari a 191,8 miliardi. La Brexit non è l’unica causa, ma ha aumentato formalità e attriti soprattutto per le merci.

Sull’opinione pubblica, un sondaggio More in Common pubblicato il 23 giugno 2026 segnala che il 60% dei britannici della Generazione Z intervistati voterebbe per rientrare nell’UE. La memoria della Brexit, per chi non poté votare nel 2016, è diventata un’eredità politica ricevuta.

Cosa sarebbe successo se il Remain avesse vinto?

Questo è uno scenario ipotetico: se il Remain avesse vinto nel 2016, il Regno Unito sarebbe probabilmente rimasto nell’Unione europea con un euroscetticismo interno ancora forte. La frattura politica non sarebbe scomparsa, ma non avrebbe prodotto l’uscita giuridica del 2020.

In quello scenario, Londra avrebbe mantenuto accesso pieno al mercato unico, libertà di movimento e rappresentanza nelle istituzioni UE. Resterebbero però problemi reali: disuguaglianze regionali, pressione sui servizi pubblici, sfiducia verso Westminster e identità nazionale divisa.

L’immaginario pop britannico avrebbe probabilmente raccontato meno la perdita e più l’assedio culturale: comedy, drama politici e satira avrebbero continuato a usare Bruxelles come bersaglio. La differenza è che la Brexit sarebbe rimasta una minaccia ricorrente, non il quadro materiale dentro cui ambientare il presente.

Quando il Regno Unito ha lasciato davvero l’Unione europea?

Il Regno Unito ha lasciato formalmente l’Unione europea il 31 gennaio 2020. La separazione pratica dal mercato unico e dall’unione doganale è arrivata alla fine della transizione, il 31 dicembre 2020.

Chi vinse il referendum sulla Brexit?

Vinse il Leave con 17.410.742 voti contro 16.141.241 per il Remain. Il margine fu di circa 1,27 milioni di voti, con affluenza al 72,2%.

La Brexit è ancora reversibile?

In teoria sì: il Regno Unito potrebbe chiedere di rientrare nell’Unione europea seguendo l’articolo 49 dei trattati UE. In pratica, servirebbero consenso politico interno, negoziato con Bruxelles e approvazione degli Stati membri, quindi non sarebbe un semplice annullamento del voto del 2016.

Fonti consultate: Electoral Commission https://www.electoralcommission.org.uk/research-reports-and-data/our-reports-and-data-past-elections-and-referendums/results-and-turnout-eu-referendum; Office for National Statistics https://www.ons.gov.uk/peoplepopulationandcommunity/populationandmigration/internationalmigration/bulletins/longterminternationalmigrationprovisional/yearendingdecember2025; The Guardian https://www.theguardian.com/politics/2026/jun/23/majority-gen-z-britons-new-vote-rejoin-eu-poll-finds; Financial Times https://www.ft.com/content/870d3538-a4e1-4398-9e28-a8c3f061a200

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