48 anni fa nasceva Louise Brown, la prima bambina concepita con la FIVET

Il 25 luglio 1978, alle 23:47, nacque a Oldham, in Inghilterra, Louise Joy Brown: fu la prima bambina al mondo…

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Autore: Redazione ,
Attualità
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Il 25 luglio 1978, alle 23:47, nacque a Oldham, in Inghilterra, Louise Joy Brown: fu la prima bambina al mondo concepita mediante fecondazione in vitro con trasferimento dell’embrione, la tecnica oggi chiamata FIVET.

Cosa successe il 25 luglio 1978?

Louise Brown nacque con taglio cesareo all’Oldham General Hospital e pesava circa 2,6 chilogrammi. Era sana: la prova decisiva che un embrione fecondato fuori dal corpo poteva svilupparsi fino alla nascita di una bambina.

I suoi genitori, Lesley e John Brown, avevano affrontato anni di infertilità. L’ovocita di Lesley era stato fecondato in laboratorio e l’embrione ottenuto era stato trasferito nell’utero, dove la gravidanza era proseguita regolarmente.

Il risultato arrivò grazie al lavoro del biologo Robert G. Edwards, del ginecologo Patrick Steptoe e dell’infermiera ed embriologa Jean Purdy. I National Archives britannici riconoscono ai tre lo sviluppo della tecnica; nel 2010 Edwards ricevette il Nobel per la Medicina per la fecondazione in vitro.

Perché la nascita di Louise Brown provocò tanto clamore?

La nascita ebbe una risonanza mondiale perché trasformava una possibilità considerata fantascientifica in un fatto clinico verificabile. Il volto di Louise comparve sulle prime pagine e l’espressione bambina in provetta entrò nel linguaggio comune, pur descrivendo soltanto il luogo della fecondazione.

La procedura aprì immediatamente discussioni su embrioni, limiti della ricerca, accesso alle cure e significato della genitorialità. Una nascita individuale diventò così il punto di partenza della moderna medicina riproduttiva.

Cosa è cambiato dal 1978 a oggi?

La FIVET è diventata una delle tecniche più comuni di procreazione medicalmente assistita. Crioconservazione, trasferimento di un numero minore di embrioni e procedure come la ICSI hanno ampliato le possibilità terapeutiche e ridotto alcuni rischi.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel rapporto pubblicato il 4 aprile 2023, circa il 17,5% degli adulti — una persona su sei — sperimenta l’infertilità nel corso della vita.

In Italia, la relazione del Ministero della Salute pubblicata il 4 febbraio 2026 registra per il 2023 112.804 cicli di PMA, 89.870 coppie trattate e 17.235 bambini nati vivi. Nel 2024, secondo i certificati di assistenza al parto, una tecnica di PMA è stata utilizzata in 4,2 gravidanze ogni cento.

I dati dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano anche l’evoluzione della sicurezza: tra il 2005 e il 2022 il tasso di gravidanza ogni cento trasferimenti è salito dal 16,3% al 33%, mentre i parti multipli sono scesi dal 23,2% al 5,9%. Nello stesso periodo sono nati attraverso la PMA oltre 217.000 bambini.

Il bisogno di queste tecniche incontra oggi la denatalità. L’Istat stima per il 2025, con dati provvisori, 355.000 nascite e 1,14 figli per donna: la PMA può sostenere singoli progetti familiari, mentre il calo demografico dipende anche dalla riduzione dei potenziali genitori e dal rinvio della maternità.

Cosa sarebbe successo se il tentativo del 1978 fosse fallito?

L’embrione trasferito a Lesley Brown smette di svilupparsi poche settimane dopo l’impianto. Il telefono del laboratorio resta muto, le telecamere non raggiungono Oldham e sui giornali compare soltanto il resoconto di un’altra sperimentazione fallita.

Senza la nascita di Louise, i finanziatori interpretano quel risultato come la conferma che la fecondazione in vitro è troppo incerta. Steptoe, Edwards e Purdy perdono tempo, risorse e accesso alle pazienti; altri gruppi europei procedono con maggiore cautela, temendo reazioni politiche e professionali.

La prima nascita arriva alcuni anni più tardi in una clinica privata statunitense o australiana. La tecnica nasce così con un’identità diversa: servizio costoso per pochi, protetto da brevetti e concentrato in grandi centri urbani, anziché trattamento destinato a diffondersi attraverso reti cliniche internazionali.

Negli anni Novanta, la crioconservazione e la ICSI avanzano più lentamente perché esistono meno laboratori, meno embriologi formati e meno dati condivisi. Le coppie attraversano frontiere per cercare Paesi con regole permissive; attorno agli aeroporti crescono cliniche, banche di gameti e agenzie specializzate.

Nel nuovo millennio la preservazione della fertilità diventa un indicatore di reddito. Aziende e assicurazioni acquistano cicli per i lavoratori qualificati, mentre i sistemi sanitari pubblici restano indietro: la possibilità biologica di rinviare un figlio finisce per amplificare le disuguaglianze sociali.

Di fronte alla denatalità, i governi europei iniziano a finanziare la PMA con anni di ritardo, quando le generazioni in età riproduttiva sono già più piccole. Nella realtà, Louise Brown nacque sana il 25 luglio 1978 e quella prova accelerò una pratica che oggi contribuisce a decine di migliaia di nascite ogni anno.

Chi è Louise Brown?

Louise Joy Brown è la prima persona nata dopo un concepimento tramite fecondazione in vitro. È nata a Oldham il 25 luglio 1978.

Che cos’è la FIVET?

La FIVET è una tecnica di procreazione assistita nella quale l’ovocita viene fecondato in laboratorio e l’embrione ottenuto viene poi trasferito nell’utero. La gravidanza prosegue quindi nel corpo della donna.

Chi sviluppò la tecnica usata per Louise Brown?

Robert G. Edwards, Patrick Steptoe e Jean Purdy svilupparono il procedimento clinico e di laboratorio che portò alla nascita di Louise Brown, raggiungendo per la prima volta una nascita umana da fecondazione in vitro.

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