A oltre quindici anni dall'omicidio di Yara Gambirasio e sette anni dalla condanna definitiva all'ergastolo, Massimo Bossetti torna a proclamare la propria innocenza in un'intervista rilasciata a Porta a Porta con Bruno Vespa. Il muratore di Mapello, ritenuto dalla giustizia l'assassino della tredicenne scomparsa da Brembate il 26 novembre 2010 e trovata morta tre mesi dopo in un campo di Chignolo d'Isola, rilancia con forza la richiesta di nuovi test sul DNA, una battaglia che porta avanti sin dai primi interrogatori.
«Non l'ho uccisa io», ha dichiarato con fermezza Bossetti durante la trasmissione Rai. L'uomo ha puntato il dito contro quella che considera una lacuna investigativa: 54 campioni di DNA conservati presso l'ufficio corpi di reato a temperatura ambiente. «Non so che cosa ci si possa trovare, non so quanto ci sia di utile, ma spero vivamente che con le metodiche di oggi, visto che la scienza è molto più evoluta, si possa ritrovare ancora qualcosa di nuovo», ha spiegato, facendo appello ai progressi della genetica forense degli ultimi anni.
Il condannato ha sottolineato che questa richiesta non rappresenta una novità dell'ultima ora: «L'ho sempre gridato durante gli interrogatori, durante le fasi processuali, e mi è sempre stato negato». Una versione che conferma la linea difensiva portata avanti dal suo team legale fin dall'inizio del procedimento giudiziario, che si è concluso con la sentenza definitiva nel 2018.
Durante l'intervista, Vespa ha incalzato Bossetti anche su un aspetto emerso dalle indagini: le ricerche online nel suo computer. Dopo aver ammesso di aver visitato siti pornografici, il muratore ha però respinto con decisione l'accusa di aver cercato contenuti relativi a ragazzine tredicenni. «Il mio tecnico ha ribadito che sono tutte ricerche non digitate da operatori umani, ma prodotte in via automatica», ha affermato, giustificandosi con una presunta incompetenza informatica: «Non so spiegare il perché, poiché io sono negato a livello informatico».
Tra i temi affrontati, anche il soprannome "Il Favola" che i colleghi di cantiere gli avevano affibbiato per le numerose bugie raccontate sul posto di lavoro. Bossetti ha riconosciuto di essersi inventato storie assurde, come quella di avere tumori al cervello, per giustificare le assenze: «L'ho detto perché non venivo pagato da diversi mesi e mi è saltata in testa questa balla per fare altri lavori», ha spiegato, cercando di contestualizzare quelle menzogne che durante il processo hanno contribuito a minare la sua credibilità.
Il muratore ha concluso con un'accorata dichiarazione sulla propria presunta innocenza, evocando la dimensione familiare: «Io non avrei mai potuto commettere un'atrocità del genere. Se avessi commesso una cosa del genere, le dico sinceramente che non avrei più avuto coraggio di andare a casa ad abbracciare i miei figli». Un messaggio che ricalca quanto già dichiarato in precedenti apparizioni televisive, come quella a Belve, dove aveva ribadito identica posizione.
La vicenda del caso Yara continua dunque a tenere banco nell'opinione pubblica italiana, con il condannato che dal carcere rilancia la battaglia legale per ottenere una revisione del processo attraverso nuove analisi scientifiche. Una strategia difensiva che si scontra con una sentenza definitiva e con un quadro probatorio che la magistratura ha ritenuto sufficientemente solido per la condanna all'ergastolo.
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