Caso Garlasco, scontro su impronte e Dna di Chiara

Il caso Garlasco torna in tribunale dopo 17 anni: una nuova perizia sul DNA trovato sulle unghie di Chiara Poggi riapre l'indagine con interpretazioni contrastanti.

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Autore: Redazione ,
Attualità
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Il delitto di Garlasco si trova oggi a un crocevia giudiziario che potrebbe ridisegnare completamente i contorni di una delle indagini più discusse della cronaca italiana degli ultimi anni. Diciassette anni dopo la morte di Chiara Poggi, il palazzo di giustizia di Pavia ospita un'udienza che sembra riportare indietro le lancette dell'orologio, rimettendo in discussione certezze che molti consideravano acquisite. L'incidente probatorio che si celebra davanti alla giudice per le indagini preliminari Daniela Garlaschelli vede al centro Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, ora indagato per l'omicidio della giovane.

La questione più scottante riguarda il materiale genetico rinvenuto sulle unghie della ventiseienne. La perizia affidata a Denise Albani ha prodotto risultati che permettono interpretazioni radicalmente opposte, trasformando un dato scientifico in terreno di battaglia legale. Secondo l'esperta, il DNA trovato risulta compatibile con quello di Sempio e della sua linea genetica paterna, con indici di probabilità che variano da "moderatamente forte a forte" in un caso e "moderato" nell'altro.

Tuttavia, la perizia stessa ammette limiti significativi. Non è possibile stabilire né come né quando quel materiale genetico si sia depositato, né se si trovi sopra o sotto i margini ungueali. La Albani specifica inoltre che non può garantire un risultato "certamente affidabile", non solo per le incertezze intrinseche della disciplina, ma anche perché l'analisi si è basata sulla rilettura di "dati di aplotipi parziali misti non sottoposti a consolidamento".

La difesa di Sempio, rappresentata dagli avvocati Angela Taccia e Liborio Cataliotti, ha costruito la propria strategia su questa ambiguità scientifica. I legali hanno stilato un elenco dettagliato degli oggetti che il loro assistito avrebbe potuto toccare durante le frequentazioni dell'abitazione dei Poggi: la tastiera del computer, il telecomando del televisore, l'asciugamano del bagno, utensili della cucina. Secondo questa ricostruzione, il materiale genetico potrebbe essere il risultato di un contatto mediato, ovvero trasferito attraverso oggetti maneggiati in momenti diversi, senza alcun contatto diretto con la vittima.

Il DNA trovato non è databile né collocabile con certezza

All'opposto, la Procura di Pavia e la difesa di Alberto Stasi – condannato in via definitiva a sedici anni come unico assassino di Chiara – interpretano quella compatibilità come prova che colloca Sempio sulla scena del crimine. I consulenti dei legali di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, sostengono che la perita Albani abbia effettuato una valutazione scientifica solida, ritenendo quel profilo genetico non solo comparabile ma attribuibile all'indagato. I genetisti Ugo Ricci e Pasquale Linarello evidenziano come il DNA analizzato "non sia degradato", contrariamente a quanto sostenuto dal perito De Stefano nel 2014, e che Albani abbia escluso possa appartenere a Stasi.

Il fronte degli approfondimenti dattiloscopici ha invece prodotto risultati che alleggeriscono la posizione di Sempio sotto un aspetto ma introducono elementi nuovi in un quadro già complesso. I periti Domenico Marchegiani e Giovanni Di Censo non hanno rilevato tracce dell'indagato nell'abitazione di via Pascoli, nonostante il trentasettenne la frequentasse abitualmente. Delle circa sessanta impronte analizzate, nessuna corrisponde a Sempio.

L'unico elemento inedito emerso da questa parte dell'indagine riguarda paradossalmente Alberto Stasi: nella spazzatura conservata dal 13 agosto 2007 è stata trovata una cannuccia di Estathé con il suo DNA. Un dato che va contestualizzato con le dichiarazioni rilasciate dall'ex fidanzato di Chiara durante i processi che lo hanno portato alla condanna definitiva.

I consulenti della famiglia Poggi, Marzio Capra e Dario Redaelli, hanno sollevato obiezioni tecniche sostanziali alla perizia Albani. Nella relazione depositata per conto degli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, gli esperti segnalano almeno una decina di criticità scientifiche. Tra queste, l'utilizzo di un software del 2005, non tra quelli di ultima generazione, e la mancata valutazione dei dati "grezzi". Anche la parte biostatistica viene contestata: il database utilizzato è europeo anziché italiano, e gli indici di probabilità si baserebbero su una tabella del 1998, mentre ne esisterebbero di più recenti che darebbero risultati di minore compatibilità.

L'incidente probatorio rappresenta il momento in cui queste posizioni inconciliabili si confronteranno direttamente. Agli avvocati spetterà il compito di porre domande tecniche ai periti per chiarire i punti controversi degli elaborati. La giudice Garlaschelli non dovrà esprimere valutazioni ma raccogliere tutti gli elementi di un'udienza che si preannuncia lunga e articolata. Una volta conclusa questa fase, la perizia diventerà un punto fermo per tutte le parti coinvolte.

Questo confronto costituirà probabilmente l'ultimo passaggio prima della chiusura delle indagini da parte della Procura guidata da Fabio Napoleone. Solo successivamente verranno resi noti i risultati di altre consulenze affidate all'anatomopatologa Cristina Cattaneo, chiamata a chiarire la dinamica dell'omicidio, e al Racis per tracciare il profilo del sospettato. Questi elementi, insieme alla cosiddetta traccia 33 che gli investigatori attribuiscono a Sempio e che sarebbe stata trovata sulle scale dove venne gettato il corpo della vittima, alle testimonianze raccolte e a un presunto movente legato a un'infatuazione per Chiara, potrebbero portare la Procura a chiedere il rinvio a giudizio.

Un altro tassello misterioso della vicenda riguarda gli oggetti personali che Chiara indossava il giorno dell'omicidio. Il criminologo Dario Redaelli ha rivelato di aver condotto indagini su questi monili: una catenina con ciondolo a forma di dente di squalo, alcuni braccialetti tra cui uno con il nome 'Chiara', l'orologio e una cavigliera. Secondo Redaelli, questi oggetti sono stati conservati dalla famiglia come reliquie, ma alcuni non sarebbero mai stati analizzati e potrebbero ora fornire elementi utili all'indagine.

Il caso Garlasco continua così a essere non solo un nodo giudiziario irrisolto ma anche un tema che attraversa il dibattito pubblico italiano, tanto da essere stato evocato persino in ambito politico durante la campagna referendaria sulla giustizia. Dopo anni di certezze processuali cristallizzate nella condanna di Stasi, il sistema giudiziario si trova ora a dover valutare se quella ricostruzione sia definitiva o se esistano elementi per riaprire una pagina che molti consideravano chiusa.

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