Dopo ventisette anni di silenzio e indagini finite in un nulla di fatto, il caso dell'omicidio di Floride Cesaretti – la dipendente della portineria del collegio universitario "Il Colle" di Urbino massacrata con 22 colpi di badile nella notte del 27 novembre 1998 – potrebbe finalmente arrivare a una svolta. Stellindo Denti, 79 anni, marito della vittima, ha annunciato di aver identificato l'assassino di sua moglie grazie a un'indagine privata condotta con l'aiuto di un poliziotto in pensione. Insieme al suo avvocato, sta preparando una relazione dettagliata per chiedere alla Procura la riapertura del cold case, sulla scia di quanto già accaduto per altri delitti irrisolti come quelli di Garlasco e via Poma.
«Ai magistrati chiedo solo una cosa: verità e giustizia», ha dichiarato Denti, che per quasi tre decenni ha vissuto nell'incertezza più dolorosa. La svolta nelle sue ricerche personali è arrivata quando uno degli investigatori che aveva lavorato al caso lo ha contattato: "Mi ha chiamato qualche anno fa, mi ha detto: 'Posso offrirle una pizza?'", racconta Denti. Al ristorante, il poliziotto ormai in pensione gli ha rivelato di aver sempre avuto un sospettato preciso: un ospite italiano del collegio, una persona importante che secondo gli indizi raccolti all'epoca potrebbe essere il vero responsabile del massacro.
La notte del delitto, Floride Cesaretti, 47 anni, stava svolgendo il turno notturno alla portineria del collegio. Aveva cenato a casa con il marito e uno dei loro due figli, poi era andata al lavoro. Intorno alle 22 aveva chiamato Stellindo per dargli la buonanotte, dicendogli che stava guardando un film con Massimo Troisi. Tra le due e le tre del mattino, qualcuno si era intrufolato nella portineria – priva di adeguate misure di sicurezza – rubando la cassettina con l'incasso della giornata, circa duecentomila lire. L'assassino aveva sottratto anche la borsa e il beauty case della donna. Floride si era svegliata e aveva inseguito l'intruso giù per le scale, verso il seminterrato: lì era stata ammazzata con 22 colpi di badile.
Le indagini che seguirono furono un disastro investigativo. La scena del crimine non venne sigillata, decine di persone calpestarono il sangue e le impronte, qualcuno tra gli inquirenti addirittura gettò un sigaro accanto al corpo della vittima. I Ris furono chiamati solo tre giorni dopo. «Urbino è una piccola città, non era mai successo un delitto così efferato. Gli investigatori non erano preparati», spiega l'avvocato Marco Cassiani di Pesaro, che assiste la famiglia Cesaretti nella ricerca di verità e giustizia.
Nei giorni successivi furono ascoltati decine di studenti e docenti. Tre testimoni raccontarono di aver visto Floride parlare con un giovane sconosciuto: fu realizzato un identikit. Per anni si cercò quell'uomo, ma quando fu rintracciato a Bari risultò essere un ex studente estraneo ai fatti. Nel frattempo, un collega della vittima finì nel mirino perché possedeva un'auto simile a quella vista sfrecciare quella notte: non c'entrava nulla, aveva un alibi. Morì di infarto durante i funerali di Floride per il dolore.
Nel 2012 arrivò quella che sembrava una svolta: fu isolato un Dna con una mutazione genetica riscontrata in alcuni abitanti dell'Argentina, tratto dai capelli rinvenuti sotto le unghie della vittima. Gli investigatori sottoposero al test tutti gli ex studenti argentini che nel 1998 studiavano a Urbino. Tutti furono scagionati. Ma secondo Stellindo Denti, quella pista fu un errore: «Non era necessario arrivare fino in Argentina. Sono convinto che l'assassino di mia moglie sia un ospite italiano del collegio, che attualmente è in carcere per un altro omicidio».
Il sospettato indicato dalla famiglia presenta elementi inquietanti. La notte del delitto fu sentito litigare violentemente con la fidanzata che portava a dormire nella sua camera, proprio nell'orario in cui Floride veniva massacrata. «Il sospetto è che lui sia tornato in camera sporco di sangue e lei si sia spaventata», afferma Denti. Gli investigatori all'epoca lo interrogarono, accertando che era rientrato nella sua camera alle 22.30. Gli mostrarono l'identikit del presunto assassino e lui rispose: «Sì, è lui». Ma quella dichiarazione non aveva senso: l'uomo dell'identikit era stato avvistato intorno alle tre del mattino, quando il sospettato risultava già in camera da ore.
Due anni dopo il delitto arrivò alla Procura di Urbino una lettera anonima che indicava proprio la stessa persona sospettata oggi da Stellindo Denti. Nessuno indagò: «Si trattava di una persona importante», sottolinea il vedovo. Che aggiunge: «Ho rintracciato una sua ex collega. Mi ha riferito che quell'uomo era inquietante e che lei aveva chiesto di essere trasferita perché ne aveva paura. Inoltre, aveva una fissazione per i soldi. Sospetto che sia andato in portineria per rubare l'incasso e che mia moglie lo abbia riconosciuto. Per questo l'ha uccisa».
Il sospettato si trova attualmente in carcere per scontare una condanna per omicidio: ha ucciso suo fratello in circostanze altrettanto brutali. «Forse, se lo avessero fermato prima, non avrebbe commesso questo delitto», riflette amaramente Denti. «Ma lui è in carcere adesso, per gli investigatori sarebbe facile prendere il suo Dna e confrontarlo con quello trovato sulla scena del crimine. Ho visto che in altre città d'Italia diversi cold case sono stati riaperti. Io chiedo solo un accertamento, e di avere giustizia». Dopo ventisette anni di attesa, la famiglia Cesaretti spera che le porte della Procura si riaprano per dare finalmente un nome e un volto all'assassino di Floride.
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