Due ergastoli per l'omicidio di Cristina Mazzotti

Dopo 50 anni arriva la condcondanna all'ergastolo per Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella, riconosciuti colpevoli del rapimento e dell'omicidio della giovane.

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Autore: Redazione ,
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Cinquant'anni di attesa per la giustizia. Mezzo secolo dopo il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti, la diciottenne rapita e uccisa nel 1975, la Corte d'Assise di Como ha emesso una sentenza storica che chiude uno dei capitoli più oscuri della stagione dei sequestri di persona in Italia. Giuseppe Calabrò, 76 anni, e Demetrio Latella, 71 anni, sono stati condannati all'ergastolo per omicidio volontario, riconosciuti come i veri esecutori materiali di un crimine che sconvolse l'Italia intera. Una vicenda che ha le tinte fosche del noir più crudo, ma che è drammaticamente reale: una ragazza segregata in una buca per quasi un mese, drogata con eccitanti e tranquillanti, nutrita con appena due panini al giorno, fino alla morte per stenti nonostante il pagamento del riscatto.

La notte del 30 giugno 1975 sembrava una serata come tante altre per Cristina Mazzotti. La diciottenne stava tornando da una festa a bordo della Mini Minor guidata dal fidanzato Carlo Galli, insieme all'amica Emanuela Luisari, diretti verso Eupilio in provincia di Como. All'improvviso due auto, una Giulia Alfa Romeo e una Fiat 125, bloccarono la vettura. Due uomini armati scesero, sequestrarono Cristina, bendarono gli altri due occupanti, squarciarono le gomme della Mini e si dileguarono verso Castelletto Sopra Ticino nel Novarese. Quando Carlo ed Emanuela riuscirono a liberarsi dopo due ore e diedero l'allarme, la 18enne era già nelle mani della 'ndrangheta calabrese.

La richiesta dei rapitori fu spietata: un miliardo e cinquanta milioni di lire, una cifra astronomica che il padre Elios Mazzotti, imprenditore, non possedeva ma che riuscì a racimolare disperatamente. Nel frattempo Cristina veniva tenuta segregata in condizioni disumane, in una buca scavata all'interno di un garage dove non poteva nemmeno stare in piedi. Per respirare aveva a disposizione solo un tubo di plastica di cinque centimetri di diametro. I sequestratori la sottoponevano a un trattamento brutale, somministrandole ripetutamente eccitanti per tenerla sveglia quando doveva scrivere lettere alla famiglia e tranquillanti per impedirle di agitarsi e urlare.

Il corpo di Cristina fu denudato, gettato in una discarica a Galliate e ritrovato il 1° settembre 1975 ricoperto da rifiuti e detriti

Sempre più debilitata, verso la fine di luglio Cristina fu trasportata presso l'abitazione di uno dei sequestratori. Il padre aveva nel frattempo comunicato di aver raccolto la somma richiesta e i rapitori promisero la liberazione entro due giorni. Ma nella notte tra il 31 luglio e il 1° agosto 1975, la ragazza morì. Il suo corpo venne spogliato, caricato su un'auto e abbandonato in una discarica a Galliate, dove fu ritrovato il 1° settembre successivo sepolto sotto cumuli di immondizia. Elios Mazzotti, il padre, non resse al dolore e morì di infarto pochi mesi dopo.

Le prime indagini portarono rapidamente a una rete di criminali. La segnalazione di operazioni sospette da parte del direttore di una banca svizzera condusse gli inquirenti a Libero Ballinari, aprendo il vaso di Pandora su un'organizzazione che coinvolgeva criminalità lombarda e calabrese. Antonino Giacobbe gestiva dalla Calabria le richieste di riscatto, mentre Giuliano Angelini dalla Lombardia coordinava l'aspetto logistico del sequestro con circa sette complici. Nel 1977 arrivarono 13 condanne, ma i veri mandanti e gli esecutori materiali rimasero nell'ombra per decenni.

La svolta investigativa arrivò soltanto nel 2007, trent'anni dopo i fatti, quando un'impronta digitale rimasta sulla portiera della Mini Minor di Carlo Galli venne finalmente attribuita a Demetrio Latella. Messo sotto pressione, Latella confessò di aver partecipato all'esecuzione materiale del rapimento e fece i nomi dei complici: Giuseppe Calabrò e Antonio Talia. Quest'ultimo, 70 anni, è stato assolto nella sentenza del 4 febbraio 2025 per non aver commesso il fatto. Coinvolto nella vicenda era anche Giuseppe Morabito, esponente di spicco della 'ndrangheta deceduto nel 2024.

Per il reato di sequestro di persona in concorso a scopo di estorsione non è stato possibile procedere contro Calabrò e Latella a causa dell'intervenuta prescrizione, ma la condanna per omicidio volontario è arrivata con la massima pena prevista dall'ordinamento italiano. I due dovranno inoltre risarcire la famiglia di Cristina con 1,2 milioni di euro, rappresentata dal fratello e dalla sorella della vittima che per mezzo secolo hanno atteso che giustizia venisse fatta.

La sentenza della Corte d'Assise di Como chiude simbolicamente un capitolo drammatico della storia italiana, quello dei sequestri di persona degli anni Settanta, quando la 'ndrangheta e altre organizzazioni criminali finanziavano le proprie attività rapendo i figli delle famiglie benestanti del Nord Italia. Il caso Mazzotti rimane uno dei più efferati di quel periodo buio, non solo per la giovane età della vittima ma per le modalità disumane della prigionia e per l'epilogo tragico nonostante il pagamento del riscatto. Una storia che dopo cinquant'anni ha finalmente un colpevole con nome e cognome, anche se nessuna condanna potrà mai restituire a quella famiglia la figlia diciottenne strappata via una notte d'estate.

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