Un bambino di dieci anni che improvvisamente perde tutto: la madre uccisa dal padre, i nonni paterni che si tolgono la vita schiacciati dal dolore e dalla gogna mediatica, e la certezza che il mondo sia un luogo sicuro. È la devastante realtà del figlio di Federica Torzullo, la donna uccisa dal marito, per il quale il Tribunale dei Minori di Roma ha confermato l'affidamento ai nonni materni e al sindaco Angelo Pizzigallo come tutore. Una decisione che solleva interrogativi profondi sulla capacità dello Stato di proteggere davvero gli orfani di femminicidio, affidando la cura di un trauma così profondo a chi è già devastato dalla stessa tragedia.
A parlare della condizione drammatica di questi bambini invisibili è Pasquale Guadagno, lui stesso orfano di femminicidio dal 2010, quando a quattordici anni ha perso la madre Carmela per mano del padre. "Un bambino che perde una madre per mano del padre perde l'idea che il mondo sia prevedibile", spiega con lucidità dolorosa. "La persona che archetipicamente deve proteggere diventa la persona che distrugge. Nessun luogo è più sicuro". Una ferita che non si chiude con una sentenza, ma che accompagna per tutta la vita chi sopravvive a una violenza così radicale.
Il caso del figlio di Federica Torzullo rappresenta un esempio estremo di come il femminicidio non lasci mai un solo sopravvissuto, ma devasti intere famiglie. Dopo l'arresto del padre reo confesso, il bambino ha vissuto un'altra perdita devastante: i nonni paterni Pasquale Carlomagno e Maria Messenio si sono suicidati, sopraffatti dal dolore e dalla pressione pubblica. Una tragedia nella tragedia che evidenzia come il trauma si propaghi a cerchi concentrici, colpendo chiunque sia stato legato affettivamente alla vittima e al carnefice.
L'alternativa all'affidamento ai nonni materni sarebbe stata una casa famiglia, ma Guadagno solleva dubbi anche su questa soluzione apparentemente naturale. "I nonni materni possono rappresentare continuità affettiva ma non sfugga che anche i nonni, in questa storia, sono persone travolte da un trauma enorme", avverte. Si tende a considerare i familiari automaticamente "la soluzione", come se l'amore bastasse a reggere tutto, ma nessuno dovrebbe essere lasciato solo a portare un peso del genere. Hanno perso una figlia e devono crescere un nipote dentro un dolore che è lutto, shock, rabbia e impotenza, spesso privo degli strumenti per essere elaborato senza supporto professionale costante.
La responsabilità dello Stato, secondo Guadagno, non può limitarsi a decidere un affidamento formale. "Prendersi cura di un bambino dopo un femminicidio significa anche affrontare domande difficilissime: gestire il silenzio e la memoria, proteggere senza soffocare, essere forti quando si è i primi a essere spezzati", denuncia. È necessario accompagnare quella famiglia nel tempo, offrire supporto psicologico non solo al bambino ma anche a chi lo cresce, costruire una rete che impedisca al trauma di diventare destino. La cronaca tende a fermarsi alla parola "orfano", ma dietro quella parola c'è un'intera esistenza da ricostruire pezzo per pezzo.
Il trauma del femminicidio si trasmette attraverso silenzi, rimozioni e colpe che si perpetuano nelle generazioni. "Dopo un femminicidio spesso non resta una famiglia 'in lutto', ma un campo diviso: chi difende, chi condanna, chi tace, chi si vergogna, chi sparisce", spiega Guadagno. Molti orfani crescono con una pressione implicita: "devi essere forte, devi farcela, devi trasformare il dolore in qualcosa". Ma il trauma non è una storia edificante, è una ferita che ritorna nelle relazioni, nella fiducia, nella paura di somigliare a qualcuno, nel senso di colpa di essere vivi, nella domanda tossica: "avrei potuto salvare mia madre?"
La vita di quel bambino di dieci anni che giocava con il monopattino in cortile è stata spezzata per sempre, ma il modo in cui lo Stato e la società si prenderanno cura di lui nei prossimi anni determinerà se quel trauma diventerà il suo destino o se potrà trovare strumenti per conviverci. Come conclude amaramente Guadagno: "Lo Stato oggi non sa curare. Ma il femminicidio non finisce con una condanna: finisce quando chi resta non è più solo a portarne il peso ed è fuori dall'insidia pericolosa della riproduzione di relazioni sbagliate senza accorgersene". Una lezione che riguarda non solo il caso di Federica Torzullo, ma tutti gli orfani invisibili lasciati a raccogliere i pezzi dopo la violenza più estrema.
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